Non sono morta e questo è un titolo provvisorio

Chiedo perdono: tra palle di fieno che rotolano e ragnatele che manco casa Addams, ho lasciato imputridire il mio eco nipponico troppo a lungo. Parte della colpa va agli esami, parte alla pigrizia e parte ad un viaggio di 4 giorni a Sapporo senza computer. Siate pazienti, questo post diventerà un articolo non più tardi di un paio di giorni.

Prima dell'arrivo della folla, Svezia e Italia si concedono ai fotografi

Meido no moe moe

Insegna luminosa di un maid cafè ad Akihabara

Pensando ad alcuni tra i luoghi più comuni sul Giappone, di solito allo straniero medio vengono in mente, nel seguente ordine: i manga, le tettone dei manga, gli anime, le tettone degli anime, i videogame, le tettone dei manga e degli anime e la parola かわいい kawaii (carino, puccioso).

Parlando di kawaii – e qui perderò quella parte di lettori arrivati al blog digitando “tettone” – a distanza di un paio di settimane sto ancora cercando di capacitarmi di come questa definizione si possa applicare a un’onda sonora paragonabile in termini di decibel solo alla sirena di un antifurto in loop.

Ma andiamo con ordine.

Akihabara, Tokyo: comunemente conosciuto come la “electric town” della metropoli, tra le decine di club SEGA, negozi di videogiochi e rigattieri di dubbia fiducia che tentano di infinocchiare il turista nikonmunito, spiccano avvenenti ragazze giapponesi in costume da governante del XIX secolo, tutte trine e merletti e autoreggenti  anche nel freddo barbino di dicembre.

Si tratta delle adescatrici di clienti per i maid cafè (メイドカフェ), un tipo di locale in voga da una decina d’anni in Giappone e che sta conquistando pian piano non solo avventori  autoctoni ma anche turisti e curiosi di vario genere – tra cui la sottoscritta. Per quanto ci sia andata con la speranza di studiare da vicino la fauna otaku giapponese, la clientela del posto era in realtà piuttosto varia: sì un gruppo di otaku, ma anche due fidanzati,  un ragazzo in carrozzina per i fatti suoi e tre ragazzi un po’ sul tamarro andante che mi ricordavano i sedicenni italiani che vanno al locale per vedere la barista figa.

Il costume delle maid varia in base al caffè in cui lavorano, ma comunque riprende quello della tipica cameriera francese, ovvero un’uniforme solitamente blu o nera (a volte anche rosa) molto corta con una o più sottovesti di pizzo, grembiule bianco, collant o autoreggenti spesso corredate di giarrettiera e fiocco o orecchie da gatto in testa – le più kawaii si addobbano perfino di peluche dappertutto.

tipica maid (foto datami dalla cameriera che ci ha servito)

Benché dalla descrizione l’immagine che emerge corrisponda più o meno all’inizio di un porno in role-play, le suddette maid non sono affatto volgari nella loro mise: giocano piuttosto sulla sensualità ingenua e maliziosa che la figura della maid suscita in genere nel giapponese medio, senza mai uscire dal ruolo di domestiche totalmente asservite al cliente-padrone, in quanto create ad hoc sulla base del concetto di 萌えmoe – vale a dire passione, fissazione ed in particolare per ragazze dall’aspetto carino ed innocente.  Per quanto il concetto in sé sia abbastanza inquietante, l’esperienza si è rivelata piacevole.

Il locale in cui sono stata si chiama Maidreamin, una delle catene di maid cafè più grosse di Akihabara, con 4 sedi tutte nei paraggi di quella principale. Una volta aperte le porte dell’ascensore che ci ha condotto al secondo piano, ci si è rivelato un ambiente come questo

immagine presa da google

con la sola differenza che tutte le cameriere in servizio si sono voltate verso di noi sorridendo ed urlando in coro お帰りなさい!(okaerinasai, bentornati  a  casa!)

Dopo averci fatto accomodare al tavolo, la nostra cameriera Ran si è inginocchiata di fianco a me dapprima tentando un inglese stentato e poi squittendo – letteralmente – di gioia al mio 日本語でもいい (va bene anche il giapponese), illustrandoci il servizio in breve: 500 yen l’ora e una consumazione obbligatoria, che avremmo potuto scegliere da un piccolo menù o ordinando direttamente un set. Solitamente i prezzi del cibo “da pasto” come riso al curry, donburi e simili in questi locali sono piuttosto elevati in rapporto alla quantità, mentre andando sul dolce si riesce sia a risparmiare qualcosa che ad avere lo stomaco mediamente pieno, se avete pranzato prima.

È costume dei maid cafè che le cameriere intrattengano i clienti con piccoli spettacoli canori o di magia, sia su un piccolo palco allestito nel locale o direttamente al tavolo. E fin qui tutto bene. La parte più o meno imbarazzante è quella di dover ripetere la canzoncina, il balletto o la filastrocca recitata dalla cameriera: insieme a tutto il locale se è una performance sul palco, oppure da soli o coi vostri amici se la cosa avviene al tavolo.

Noi per esempio abbiamo dovuto contare fino a tre – in falsetto – in modo che magicamente la candela in mano alla maid si illuminasse (il fatto che fosse un lumino elettrico è del tutto irrilevante), dopodiché applaudire con un sorriso a trentadue denti mentre il gridolino estatico della cameriera si imprimeva nei nostri timpani come una lobotomia.

Il momento che personalmente mi ha divertito di più è stata l’ordinazione con relativa consegna della nostra consumazione. Una volta deciso cosa prendere, per richiamare l’attenzione della cameriera non c’è il classico bottoncino (alla giapponese) né bisogna guardarla intensamente sperando che recepisca telepaticamente che siamo pronti (all’occidentale): si chiudono le mani a pugno come per imitare la zampa di un gatto, si portano accanto al viso e si dice tutti insieme にゃんにゃんnyan nyan (il verso del gatto in giapponese).

No, non sto scherzando.

E sì, c’erano anche due ragazzi con me – il che rimarrà mia fonte di personale divertimento per i prossimi mesi a venire.

Il tutto avviene a livelli di ultrasuoni tali da desiderare che un gatto si faccia le unghie su una vetrata alta 15 metri piuttosto che patire tanto fastidio, soprattutto considerato che molto spesso le cameriere modulano la voce in modo da raggiungere ottave più alte per apparire ancora più graziose.

i nostri pucciosi e tremendamente dolci parfait, alias glicemia (neanche troppo) travestita

Ma non finisce qui. Una volta ricevuta la propria ordinazione, prima di mangiarla bisogna renderla buona e come farlo viene illustrato dalla cameriera che vi ha servito: mettere le mani a cuoricino e muoverle a ritmo di おいしくな~る、萌え 萌え きゅううう~ん!(oi-shiku-naaaru moe moe kyuuuuuun!, dove oishikunaru significa “rendere buono”)

Noticina al pubblico maschile: non importa quanti attributi millantiate o quanti peli sul petto potete vantare, nello sventolare un cuoricino sarete irrimediabilmente la cosa meno sessualmente desiderabile sulla faccia della terra.

Restando in tema, mentre raccontavo la vicenda ad un amico bulgaro, mi ha interrotto con un “sì sì ok ma la cameriera quando te la scopi?”  (e poi lo dicono a noi italiani di essere troppo diretti)

La risposta alla domanda è probabilmente mai: nei maid cafè vige infatti la regola assoluta di non chiedere alle ragazze nessuna informazione personale, che vada dal vero nome al numero di telefono o addirittura all’indirizzo. Inoltre, sebbene alcuni locali mettano a disposizione un servizio extra di massaggio da parte di una maid al cliente, non è permesso a questi ultimi toccare le cameriere o avvicinarsi di propria iniziativa per parlar loro al di fuori dell’ordinazione o del pagamento, così come non è consentito scattare fotografie all’interno del caffè per la privacy delle ragazze.

Quindi, lettori che siete arrivati qui digitando “tettone” , se proprio non potete fare a meno di sollazzarvi con una cameriera durante il vostro soggiorno in Giappone, vi consiglio di cercare tra gli hostess club a Kabukichō.

Tuttavia, se desiderate un ricordino del maid cafè o se una maid vi piace in modo particolare, con un supplemento di 500 yen è sempre possibile richiedere una foto con la vostra preferita, che poi si occuperà di pastrocchiare la suddetta polaroid per renderla il più kawaii possibile.

l'anello di congiunzione tra il kawaii e il trash

Tirando le somme, nonostante i miei iniziali pregiudizi sul concetto di maid cafè (o di butler cafè, mirati a clientela femminile) sono riuscita a divertirmi – principalmente alle spalle dei miei compagni – e a riportare a casa un udito più o meno intatto, anche se non sono sicura che si possa dire la stessa cosa per l’orgoglio un po’ calpestato della parte maschile del gruppo.

Chi non posta a capodanno…

Buon anno nuovo a tutti quanti!

nengajō, tipica cartolina di auguri - il 2012 sarà l'anno del Drago (non ditelo alla mediaset che poi ci propina Dragonball)

Oshōgatsu.  Ci sarebbe da scrivere un papiro su ciò che questa festa così particolarmente sentita in Giappone, sui preparativi, sulle differenze delle celebrazioni tra un tempio e l’altro, ma per onor di cronaca mi limiterò alle mie esperienze personali e a quello che ho sentito dai professori e chiesto in giro ad amici.

Inizierò col dire che il Capodanno, a differenza dell’occidente, non si riferisce solo alla notte a cavallo tra i due anni ma all’arco di tempo che va dal 31 dicembre al 4 gennaio. È questa l’occasione in cui le famiglie si riuniscono per stare insieme, e spesso i giapponesi viaggiano anche fino alla parte opposta del paese pur di riunirsi ai propri cari. Vi sfido proprio a trovare posto su un treno in questo periodo, o anche solo a potervelo permettere: già ricaricare la Pasmo – tessera magnetica dei treni – richiede una buona scorta di reni, ma a mano a mano che ci si avvicina al Capodanno i prezzi  dei trasporti aumentano tanto da raddoppiare o, in alcuni casi, addirittura triplicare.

Nei due giorni precedenti il Capodanno i giapponesi sono soliti fare grandi pulizie, ma una volta arrivata la mattina del 31 dicembre, ogni attività, dal pulire al cucinare, cessa di essere svolta. Siccome i giapponesi, checché ne pensiate voi viste le loro esili forme, non vivono d’aria, il fatto che a Capodanno non cucinino nulla non significa che stiano a patire la fame per tutta la giornata, anzi, a festa speciale corrisponde pasto speciale. Si tratta di ciò che è noto col nome di Osechi-ryōri (御節料理) ovvero cibo freddo o essiccato che non necessita del frigorifero per conservarsi per 3 o 4 giorni, sistemato con cura in scatole di lacca chiamate jūbako (重箱) seguendo un ordine preciso. Oltre alla sistemazione, anche il significato di questi cibi è legato ad ambiti specifici, che sia per assonanza di parole o per un valore intrinseco: per esempio i fagioli di soia neri kuro-mame (黒豆) simboleggiano un augurio di salute e benessere in quanto “mame”, fagiolo, significa anche “salute”.

La tradizione dell’osechi-ryori è molto antica e una volta veniva preparato in casa propria con qualche giorno di anticipo, mentre oggi queste scatole si comprano più che altro al supermercato o ai convenience store.

Ah, e come non menzionare l’onnipresente mochi, il tipico dolcetto rotondo di riso tritato e pestato ad ottenere una pasta bianca, morbida e dalla consistenza vagamente appiccicosa, che viene riempita di crema di fagioli rossi. Lo so, detto così stuzzica l’appetito quanto un piatto di verze andate a male, ma vi assicuro che l’aspetto tondo e paffuto è molto invitante e il sapore, per quanto strano possa sembrare al primo morso, è tutt’altro che cattivo.

Il mochi di Capodanno in particolare si chiama kagami mochi (鏡餅, letteralmente “mochi a specchio”) ed è costituito da due tortine impilate con un’arancia amara (橙 daidai ) in cima.

Mochizilla

Questo tipo di mochi è un cibo decorativo, di solito sistemato nell’altare di famiglia durante il periodo di Capodanno come augurio di buona fortuna.  Non è ben chiaro cosa simboleggino i due tortini di mochi (se l’anno vecchio e quello nuovo, il sole e la luna o che altro), ma l’arancia in cima richiama per assonanza il kanji 代々(daidai, generazione) e simboleggia la continuazione della famiglia.

Non so voi, ma tutti questi giochi di parole, richiami e rimandi sono ciò che mi ha fatto innamorare di questa lingua.

Attenzione: questo mochi detiene il record di vecchi morti soffocati durante la deglutizione. Come vi ho detto, la pasta è appiccicosa e difficile da masticare in pezzi troppo grossi…quindi, per piacere, non fate i vecchi giapponesi e mangiate i mochi a piccoli morsi. Poi non dite che non vi avevo avvertito.

Infine,  durante il periodo di festività si possono notare i lati di porte e portoni di case e gli ingressi degli edifici ornati con i門松kadomatsu, le tipiche decorazioni di Capodanno costituite da corda intrecciata, ramoscelli di pino, bambù e susino (detti anche “i tre amici dell’inverno”, che rappresentano nell’ordine longevità, durevolezza e costanza) e festoni di carta bianca a zig-zag – quelli che si vedono di solito solo nei templi o nei santuari.

kadomatsu alla porta del mio dormitorio

In chiusa, voglio solo mettere l’accento sul termine che usano i giapponesi per indicare il party di Capodanno: 忘年会bōnenkai, che letteralmente significa “incontro per dimenticare l’anno”.  Non fanno parte della tradizione nè si tengono la sera del 31 (ma genericamente nel mese di dicembre), questi party sono semplicemente delle versioni festive dei normali 飲み会nomikai (serate passate a bere) per festeggiare l’anno nuovo in compagnia di amici.

Il mio bōnenkai si è tenuto il 31 dicembre (sì, lo so, per nulla giapponese) a bordo di un piccolo yacht al largo della baia di Yokohama, tra ruote panoramiche illuminate, fuochi d’artificio e ovviamente fiumi di alcol – quindi la parte del dimenticare è  riuscita benissimo.

fuochi d'artificio lungo la baia di Yokohama (grazie a Sam per la foto)

E il vostro Capodanno com’è stato?

Di nuovo auguri!

よいお年を!あけましておめでとうございます!


Natale a Hiratsuka – prossimamente nei peggiori bar di Caracas.

Anche se con due giorni di ritardo, BUON NATALE a tutti quanti.

Tokai natalizia

Dopo l’inizio politically correct, veniamo a noi, e veniamo ai bilanci di 3 mesi di blog: rosso scarlatto oserei dire, visto che i miei post sono più diradati dei capelli di Silvio prima del trapianto.

Con una mano sul cuore e una sullo stomaco per quanto cibo ho ingurgitato sotto le feste (non sia mai che passare il Natale oltreoceano sfati l’esistenza della mitologica figura del mezzo italiano mezza idrovora) oggi voglio parlare, appunto, di quello che questa festività rappresenta in Giappone.

Ebbene, subito dopo il 31 ottobre la mensa della Tokai e la maggior parte degli esercizi commerciali si sono tolti di dosso ragnatele finte e ragni di plastica per indossare barbe bianche e lucine colorate in così breve tempo da fare un baffo a Jack Skeleton. Luminarie, decorazioni, menù a tema: verrebbe quasi da pensare che la differenza non sia poi così grande ma, signora mia, qui non ci sono né cinepanettoni dal rutto facile e la parolaccia d’ordinanza né il palinsesto tv che mediaset manda in onda dai primi anni 90 (l’hanno fatto anche quest’anno “una poltrona per due”, a casa?) e una ventata d’aria di festa riesce quasi a farsi strada tra portafogli che si sgonfiano e sacchetti che si moltiplicano.

Tralasciando che il termine festività sottintenda la sospensione delle attività lavorative e/o scolastiche, cosa che qui non avviene dato che per carità, bello l’albero e le lucine ma tanto loro mica ci credono davvero al bambinello nato da una vergine (chiamali scemi),  penso che qui le suocere che gridano allo sperpero, al consumismo e “a natale io sono alternativo e odio la gente più del solito” – aggiornatevi, ormai la vera trasgressione è essere davvero più buoni  – perderebbero le corde vocali dal tanto starnazzare che avrebbero. Perché qui il Natale è una festa puramente commerciale, dove più che lo spirito caloroso del ritrovarsi tutti insieme è arrivato il messaggio dello scambiarsi regali, quasi un obbligo più che un piacere.

Inoltre in Giappone il Natale è una specie di preludio al San Valentino.

La sera del 24 dicembre, la vera “Christams Eve” (pare che solo noi italiani festeggiamo il 25) è prassi per le coppiette andare a cena fuori in un romantico ristorantino prenotato da almeno uno o due mesi a prezzi non proprio economici, mentre le ragazze single smaniano durante le settimane prima di Natale per trovare un fidanzato o qualcuno con cui passare questa magica serata – ragion per cui mandrie di ragazzi si improvvisano 軟派天才nanpa tensai, geni della caccia alle ragazze (che ha delle regole precise che tratterò in altra sede).

Altro punto fondamentale è il cibo natalizio. Come ho già detto, i ristoranti organizzano sì tipici menù di Natale….che non sono altro che i soliti (buoni per carità) piatti giapponesi di tutti i giorni, con la differenza che alla fine del pasto c’è Lei, la Torta di Natale.

immagine presa da google

Perché in Giappone sono principalmente due, i cibi che contraddistinguono questa festa. Uno è appunto la sopracitata torta, rigorosamente di pan di spagna, ricoperta di panna montata e con in cima fragole e Santa Claus che sorregge la scritta “Merry Christmas”. Variazioni sul tema non sono ammesse, tranne che per la farcitura interna. Come ci ha spiegato la nostra professoressa, i giapponesi vanno matti per questo tipo di torte dall’aspetto “occidentale” ma di solito le patisserie o i cafè le vendono a prezzi esorbitanti, e quindi preferiscono aspettare le ricorrenze in cui è d’obbligo possederne una, in modo da non doversi accontentare di una sola fetta e di spendere una cifra folle con la coscienza un po’ più leggera.

L’altro piatto tradizionale natalizio, credetemi o meno, è il KFC set: il Kentucky Fried Chicken, una delle più note catene di fast food americano, durante gli anni 70 presentò la sua icona portante, il colonnello Sanders, vestito da Babbo Natale. A quanto pare la campagna ebbe molto successo e, sebbene al giorno d’oggi la tendenza si sia un po’ smorzata, questo resta ancora uno dei pasti natalizi che vanno per la maggiore. Il set contiene vari pezzi di pollo (fritti), dell’insalata, una bibita a scelta ed ovviamente la torta di Natale.

Infine spendo qualche riga per  le luci, che giocano un ruolo molto attivo – se in questo caso, dato che tradizione non è, sia per ritrovare un po’ il proprio bambino interiore o perché in realtà i giapponesi siano falene travestite non mi è dato saperlo. Sì, perché un qualsiasi abbozzo di lampadina attaccato ad un albero spoglio al di fuori di una stazione attira orde di giapponesi telefonino-muniti a fare gruppo e a scavalcarsi l’un l’altro per una foto con le dita a V davanti allo spettacolo luminoso.

E non solo.

La sottoscritta, insieme a un gruppo nutrito di amici, ha passato il Natale allo 読み売りランド Yomiuriland, il parco divertimenti della Odakyu Line, a metà strada tra dove sto io e la civiltà. Uno schiaffo in faccia al risparmio energetico, durante il Natale questo parco è interamente ricoperto di luci, dagli alberi alle giostre stesse, creando sì un’atmosfera magica, ma allo stesso tempo dandoti l’illusione di essere immerso in un violento trip di LSD.

Leggermente mossa, ma avevo scordato il treppiede

All’uscita del parco, turisti disposti ordinatamente in una lunghissima fila, ignorando completamente l’aria pungente e gelida della sera, aspettavano il loro turno per essere fotografati davanti ad un maestoso e ovviamente illuminato abete natalizio in compagnia di Santa Claus.

Tuttavia da ieri è già cominciato lo smantellamento del Natale: via gli alberi, via i babbi natale (ma le luci restano) e sono iniziati i preparativi della prossima festa: お正月Oshougatsu, Capodanno.

Vi avevo già detto che grazie alle conoscenze di Yukina, la nostra dj di ogni festa al campus, lo passeremo su uno yacht al largo della baia di Yokohama? No? Beh, sapevatelo.

Ancora  メリークリスマス!

guest star: Ettore da Ibaraki :D

Meglio tardi che la rondine nell’occhio del vicino

Hakone - percorso della gita

Hakone 箱根 è principalmente conosciuta per le sue numerose sorgenti termali (diciassette; una tra tutte Hakone-Yumoto) e per essere stata una 宿場 (shukuba, “città-sosta” per i viandanti) lungo la Tōkaidō, la strada che un tempo collegava Edo, l’antica Tokyo, a Kyoto. Un altro dei motivi che la rendono famosa a giapponesi ed occidentali è il parco nazionale di Fuji-Hakone-Izu, immensa area naturalistica protetta che comprende il monte Fuji ed i cinque laghi circostanti, tutta Hakone, la penisola di Izu e le isolette collegate.

Tuttavia durante la nostra gita scolastica non abbiamo visto nulla di tutto ciò perché, come è già stato detto qui, i viaggi organizzati in Giappone sono una penosa rincorsa all’attrazione, dove vederla ed esserci stato, non importa per quanto, conta più dell’assaporarne le emozioni, capirne il significato o semplicemente visitarla a fondo.

 In mezza giornata, pausa pranzo esclusa, il programma prevedeva:

  • Visita al museo all’aperto di Hakone
  • Hiking lungo i resti del pendio del vulcano con visita alle sorgenti di zolfo
  • Visita alla Hakone Sekisho, un’antica stazione di posta di periodo Edo.

Costruito nel 1969, il museo all’aperto è una delle principali attrazioni culturali dell’area (insieme al museo del Piccolo Principe, che andrò a visitare la prossima settimana) e consiste in un immenso parco in cui sono dislocate sculture di varia fattura e provenienza, ma principalmente astratte, concettuali o semplicemente moderne.

la mia statua preferita

Non c’è un vero e proprio percorso da seguire, ogni visitatore è libero di scegliere il proprio sentiero e perdersi in mezzo ai giardini o di seguire i cartelli fino a giungere all’edificio che ospita una collezione permanente di Picasso, dove sono esposte principalmente sculture, vasellame, schizzi e disegni decisamente sconosciuti dell’artista spagnolo. Nota positiva per la serie di fotografie di David Douglas Duncan, che ritraggono Picasso nel suo studio in momenti di quotidiana creatività.

All’interno dei giardini poi si trova un 足湯 (ashi yu) ovvero un pediluvio gratuito in acque termali a circa 40°C di temperatura…particolarmente piacevole l’aroma dato dai mandarini immersi nell’acqua.

 pediluvio caldo - la goduria

La seconda tappa è la valle vulcanica. Ōwakudani (大涌谷lett: grande valle bollente) è il risultato dell’eruzione esplosiva del monte Kamiyama, avvenuta circa 3000 anni fa. Il perimetro della vallata corrisponde a ciò che resta del cratere, e qui si trovano le sorgenti di vapore sulfureo che forniscono acqua a tutti i centri termali che rendono famosa Hakone.

sorgenti solforose

Invece di prendere la comoda funivia, ci siamo inerpicati sul pendio lungo il sentiero turistico che parte dalle terme per arrivare fino alla cima, dove tra vapori puzzolenti e scenari apocalittici – una specie di incrocio tra Mordor e la città del ferro de “la principessa Mononoke”, tanto che in antichità questo posto era considerato un fotogramma dell’inferno – abbiamo assaggiato le famose kurotamago (黒玉子) ovvero le uova nere che vengono cucinate in un baracchino tra le sorgenti. Si tratta di normalissime uova sode lasciate bollire nell’acqua sulfurea, che rende il guscio color carbone.

kurotamago, le uova nere di Hakone

La leggenda vuole che per ogni uovo mangiato la propria vita si allunghi di 7 anni e il baracchino vende sacchetti di  5 uova a 500 yen, il che significa 35 anni ad ogni visitatore. Mica male!

Inoltre Hakone ospita uno dei 53 Sekisho 関所,  punti di ispezione posti lungo la Tōkaidō durante gli albori del periodo Edo. Quello di Hakone in particolare venne costruito nel  1619 come punto di controllo per le “armi in entrata e donne in uscita (secondo il mio opuscolo)” ovvero per prevenire l’ingresso di armi nella regione del Kanto e per impedire alle mogli degli ufficiali di lasciare la città, con particolare attenzione per queste ultime, in quanto vigeva la legge che le mogli e i figli dei daimyo (i lord feudali) dovessero  per forza risiedere a Edo.

Ōbansho, la stanza principale dove venivano eseguite le ispezioni

In genere il personale era composto da un controllore responsabile, uno di supporto, delle guardie e una quindicina di sottoufficiali, nonché un corpo di ufficiali donne (人見女Hitomionna) che avevano il compito di ispezionare le viaggiatrici.

Stazioni di controllo come queste svolsero il loro compito per tutto il periodo Edo, ma con l’inizio dell’epoca Meiji il passaggio di persone e merci venne liberalizzato ed esse caddero in declino insieme al sistema del bakufu.

Ah, e come non menzionare le immense distese di ススキ (susuki, ovvero l’erba delle pampas giapponese). Hakone possiede una vasta area acquitrinosa chiamata Sengokuhara, desigata tesoro naturale nazionale e ospitante non solo rare specie di fiori, ma appunto una delle più grandi superfici occupate da questo tipo di pianta. Una piccola curiosità: nella storia dell’arte, la raffigurazione dell’erba delle pampas era un richiamo alla peluria pubica femminile.

erba delle pampas dal finestrino dell'autobus

Mi rendo conto che questo spazio giace in un atroce stato di abbandono per la maggior parte del tempo, ma tra esami parziali di metà semestre, esame di proficiency e ondate di compiti ho avuto solo tempo di dimostrare quanto sia una まじめな学生 – non ve lo traduco neanche che tanto non ci crede nessuno.

Alla Tokai è già Natale, con luminarie sparse tra gli alberi del campus e un bell’albero decorato piazzato vicino alla copia della sirenetta di Copenhagen (non fate domande, questo non ve lo so proprio spiegare) e l’atmosfera che si respira oscilla tra profumo di vacanze e la frustrazione per le due settimane piene di esami che mancano per raggiungerle, ma data l’abnorme quantità di party e di alcol che si prospetta da qui in poi, conto che questi giorni passino piuttosto in fretta, e ci capiamo signora mia!

Consigli per gli acquisti: Tokyo Thrift #1

Se c’è una cosa che apprezzo nel modo di vestire giapponese non è tanto la bellezza degli abiti – che tra pelo, contropelo, pizzo e cianfrusaglie attaccate al colletto (rimovibile) della maglietta di turno le ragazze a volte fanno concorrenza al mago Thelma nei suoi momenti migliori –  quanto invece il fatto che più del cinquanta per cento del comune vestiario femminile giapponese si rifà al vintage anni 60- 70 o addirittura viene direttamente da quell’epoca.

Infatti, con mia grande gioia e parecchio stupore, il Giappone pullula di negozi di abiti usati: da Hiratsuka al centro del cuore di Shibuya, i thrift shop si susseguono in varietà di dimensioni e qualità dell’abbigliamento, ma in qualunque di essi si decida di metter piede, questi sono sempre affollatissimi  e con prezzi davvero a portata di studente in trasferta senza troppe pretese modaiole, e a volte anche con.

oneoreight

Cartelli portatori di inganno

One or Eight è Il primo negozio dell’usato in cui ho messo il naso. Si trova a due passi dall’ingresso del campus, è piuttosto piccolo e mi ha attirato fin dal primo giorno per l’insegna anni 60; tuttavia mi ha dato qualche problema in quanto non ha un giorno o un orario fisso di apertura (l’unica cosa certa è che è chiuso il giovedì). L’interno è piccolo, stipato di abiti che, con mia delusione, non sono usati come scritto sul cartello ma semplicemente si presentano con un aspetto vintage ricercato, un taglio moderno abbinato a fantasie che manco un taglialegna di settant’anni e buoni più che altro per wannabe hipsters. I prezzi sul cartellino confermano la finta trasandatezza della maggior parte degli abiti, soprattutto le magliette di gruppi musicali e quelle con Topolino o Minnie in versione grunge/psichedelica.

La proprietaria del posto è una signora sulla cinquantina di una gentilezza che sfiora quasi il servilismo: quando il mio compagno di shoppingevoli avventure ha chiesto di poter pagare con la carta di credito, la suddetta signora ha risposto di no ed è sparita nel retrobottega per tornare con due caffè in lattina da offrirci, scusandosi profondamente per non essere al passo coi tempi. Ero indecisa se accarezzarle la matassa di capelli neri o farle notare qualche altra imperfezione nella speranza di rimediare, che ne so, un invito a cena.

Un investimento più che proficuo è arrivato invece dal posto in cui non mi sarei quasi aspettata di trovare un buon thrift shop: Shibuya. Da inesperta ed ignorante ryuugakusei di periferia, credevo che nel cuore dell’ipermoderna Tokyo avrei trovato più che altro colori sgargianti come solo certi cantanti androgini del j-pop sanno conciarsi, pantaloni in cui infilare una coscia significa assomigliare ad un cotechino e pizzi e merletti in stile pedo-porno-gothic-lolita, ma fortunatamente mi sbagliavo.

kinji

Un piccolo paradiso

Kinji, una delle più grosse catene di rivendita dell’usato in Giappone, occupa il pianoterra di un anonimo centro commerciale vicino al Tempio Meiji  e appena varcata la soglia si respira aria di vintage – alcuni la chiamano puzza di chiuso ma non voglio sottilizzare.

Le corsie sono parecchie, alcune suddivise per decenni ed altre per categorie di stile, con scarpe, scarponi e stivali che spuntano fuori all’improvviso tra gli scaffali ed in fondo ci sono tre camerini di prova e servizievoli commessi dall’aspetto indescrivibile – potrei parlare per ore delle unghie di cinque centimetri del cassiere dai lunghi capelli e il cappotto in vinile nero o del fatto che la ragazza che mi ha aiutato a scegliere i vestiti avesse addosso una tale accozzaglia di stili diversi da farla assomigliare a uno sbalzo temporale, ma nessun paragone del mio vocabolario potrebbe rendere l’idea.

I prezzi di questo negozio sono variano spesso in base all’articolo e alle condizioni dello stesso – ma sono comunque riuscita a portare a casa un sacco di capi in perfetto stato a meno di 700 yen l’uno (le scarpe di solito costano come in un normale negozio, in alcuni casi forse anche di più, non c’è molta scelta di numero, ma questo è un problema di tutti i negozi dell’usato).

Nella maggior parte dei vintage shop in cui sono stata ho notato che, a differenza dei mercati dell’usato in Italia dove accanto ai vestiti si trovano giocattoli, suppellettili e cianfrusaglie, si vendono solo ed esclusivamente vestiti e per accessori ed oggettistica – mobilio, macchine fotografiche ecc – ci sono altri negozi apposta, principalmente quelli che trattano antiquariato vero e proprio, come a Nakameguro, in cui purtroppo non sono ancora stata ma che è nella lista dei prossimi quartieri da visitare.

kinjiinterno

una delle corsie all'interno del negozio

Con questo si chiude la prima rubrica di consigli per gli acquisti per amanti del vintage, lo studio del JLPT mi chiama e mi andava di postare qualcosa di stupido prima di parlare della gita ad Hakone.

* Indirizzi:

1 or 8: Hiratsuka-shi, Kanagawa. Dalla stazione Tokaidaigakumae stare sulla sinistra fino al grande incrocio dopo il supermercato Gourmet City, dopodiché prendere la salita sulla destra. Il negozio è sul lato destro, dopo circa 10 minuti a piedi.

Kinji:  B1 YM Square Harajuku 4-31-10, Jingumae, Shibuya. Dalla fermata della metro Jingumae, attraversare la strada e tenere le destra. Proseguire dritto fino al grande incrocio con semaforo pedonale, attraversare e girare a sinistra: Kinji si trova nel primo centro commerciale subito sulla destra .

Sopravvivere a un festival: si può.

preparativi per concerti che era meglio di no

I primi quattro giorni di novembre si è tenuto alla Tokai Daigaku l’annuale festival della fondazione dell’università (建学際 kengakusai), giunto alla sua cinquantasettesima edizione. Si tratta dell’evento più importante dell’anno qui alla Tokai, durante il quale all’interno degli svariati edifici dell’università si tengono seminari, mostre, incontri di presentazione dei numerosi club, ma soprattutto i due lunghissimi vialoni principali dell’intero campus vengono letteralmente invasi da bancarelle di cibo asiatico e non a prezzi più che stracciati (soprattutto durante l’ultimo giorno, in cui la sottoscritta si è ingozzata che manco Pannella dopo l’ennesimo sciopero della fame).

lo stand italiano verso l'esaurimento scorte

Il  Festival cade a cavallo della festa nazionale giapponese del 3 novembre, ovvero il 文化の日giorno della cultura. In origine la festività aveva il nome di 天長節 tencho-setsu, ovvero la celebrazione del giorno di nascita dell’imperatore di epoca Meiji, Mutsuhito. Dopo la sua morte, la costituzione giapponese nel 1946 dichiarò il 3 novembre “giorno della cultura”: si tratta di una festa nazionale dedicata alla libertà e alla pace, in cui vengono promossi eventi culturali, manifestazioni artistiche e si presentano i nuovi progetti universitari.

Quest’anno  il Festival ha tenuto impegnati nella sua organizzazione studenti giapponesi, studenti stranieri, cervelli, portafogli, madonne e via dicendo.

Partendo dal presupposto che lo staff nipponico ci ha deliberatamente trascinato in questo evento con mefistofelica astuzia la seconda sera dopo il nostro arrivo in Giappone quando, ancora totalmente sfatti dal fuso orario,  abbiamo accettato di firmare dei moduli su cui da qualche parte stava scritto di consegnare anche l’anima (o, vedendola dall’altra prospettiva, non capendo quasi una parola del velocissimo sproloquio propinatoci abbiamo posto la resistenza di una porta spalancata), ci trovammo seduti ad un tavolo con sei o sette giapponesi che parlavano fitto fitto chiedendoci di compilare moduli in cui scrivere la ricetta di pizza, gnocchi al pomodoro e crostata e liste di ingredienti da procurarci per sfamare orde di famiglie e studenti in libera uscita.

ingrediente segreto: sudore e sangue

Nonostante le proverbiali camicie sudate – nel senso più letterale possibile del termine – tra i fornelli delle cucine e angeli in colonna tirati giù a suon di stanchissimi improperi, lo stand italiano ha riscosso un abbastanza prevedibile ma quanto mai clamoroso successo, tra parole napoletane urlate a casaccio in mezzo a giapponese onorifico buttato sulla folla (いらっしゃいませ!イタリア料理いかがですか? benvenuti, che ne direste di un po’ di cucina italiana?), vecchi giapponesi dall’aria indignata che puntano il dito contro i gaijin coi piercing (per chi non lo sapesse, la parola 外人gaijin – straniero – ha ancora una forte denotazione razzista, rispetto al neutrale 外国人gaikokujin, persona di un altro paese) e amichevole competizione coi compagni tedeschi della bancarella accanto.

provetti ed infaticabili venditori

Poiché gli stand stranieri hanno chiuso con un giorno di anticipo, l’ultimo giorno del festival è stato decisamente più piacevole e all’insegna dell’avanscoperta di quanto non si era riusciti a vedere – e mangiare! – nei tre giorni precedenti causa chilometriche code alla nostra bancarella in perfetto stile ufficio postale italiano all’ora di punta, con tanto di schiaffo in faccia alle tanto decantate buone maniere giapponesi , se mi è concesso fare un appunto. Lungo i vialoni ragazzi e ragazze con invitanti cartelli ci accalappiavano verso i loro stand, mentre di fronte agli edifici si esibivano gruppi di ballerini di danza moderna con la scioltezza di una colata di cemento e performer di danze tradizionali molto più coordinati e coinvolgenti. tralascio qualsiasi commento sui gruppi musicali che hanno stuprato in ogni orifizio canzoni della scena rock mondiale con il loro pessimo inglese e una combinazione di esercizio-talento non proprio bilanciata (azzarderei un 80-20%).

non sono riuscita a capire che danza fosse ma erano davvero bravi

Dopo un pranzo a base di okonomiyaki, takoyaki, banane al cioccolato e schifezze varie saccheggiate dagli stand asiatici, il festival si è concluso intorno alle 19, quando uno spettacolo di centinaia – senza esagerare – di fuochi artificiali ha illuminato il cielo di una cinquantina di studenti alcol-muniti sdraiati sul tetto del dormitorio maschile. Ci tengo a informarvi che tale spettacolo è conforme al prestigio della Tokai Daigaku e, in quanto tale, pare non si badi a spese: circa 6 milioni di yen (60.000 euro) sono esplosi in petardi colorati e nuvole di fumo proprio davanti ai nostri occhi.

Dalla Tokai è tutto, domani si va in gita con l’università ad Hakone tra musei all’aperto, hiking tra i boschi fino al vulcano, templi e un tempo che promette di far piovere cani e gatti.

Vi sto che anche qui è finalmente iniziato l’autunno e che ci stanno insegnando a scrivere haiku, vi lascio proprio con uno di questi:

鯉つどりおり

秋しずかに

むきむきにおり。

Le carpe si radunano. In silenzio, l’autunno avanza in ogni direzione.