Sopravvivere a un festival: si può.

preparativi per concerti che era meglio di no

I primi quattro giorni di novembre si è tenuto alla Tokai Daigaku l’annuale festival della fondazione dell’università (建学際 kengakusai), giunto alla sua cinquantasettesima edizione. Si tratta dell’evento più importante dell’anno qui alla Tokai, durante il quale all’interno degli svariati edifici dell’università si tengono seminari, mostre, incontri di presentazione dei numerosi club, ma soprattutto i due lunghissimi vialoni principali dell’intero campus vengono letteralmente invasi da bancarelle di cibo asiatico e non a prezzi più che stracciati (soprattutto durante l’ultimo giorno, in cui la sottoscritta si è ingozzata che manco Pannella dopo l’ennesimo sciopero della fame).

lo stand italiano verso l'esaurimento scorte

Il  Festival cade a cavallo della festa nazionale giapponese del 3 novembre, ovvero il 文化の日giorno della cultura. In origine la festività aveva il nome di 天長節 tencho-setsu, ovvero la celebrazione del giorno di nascita dell’imperatore di epoca Meiji, Mutsuhito. Dopo la sua morte, la costituzione giapponese nel 1946 dichiarò il 3 novembre “giorno della cultura”: si tratta di una festa nazionale dedicata alla libertà e alla pace, in cui vengono promossi eventi culturali, manifestazioni artistiche e si presentano i nuovi progetti universitari.

Quest’anno  il Festival ha tenuto impegnati nella sua organizzazione studenti giapponesi, studenti stranieri, cervelli, portafogli, madonne e via dicendo.

Partendo dal presupposto che lo staff nipponico ci ha deliberatamente trascinato in questo evento con mefistofelica astuzia la seconda sera dopo il nostro arrivo in Giappone quando, ancora totalmente sfatti dal fuso orario,  abbiamo accettato di firmare dei moduli su cui da qualche parte stava scritto di consegnare anche l’anima (o, vedendola dall’altra prospettiva, non capendo quasi una parola del velocissimo sproloquio propinatoci abbiamo posto la resistenza di una porta spalancata), ci trovammo seduti ad un tavolo con sei o sette giapponesi che parlavano fitto fitto chiedendoci di compilare moduli in cui scrivere la ricetta di pizza, gnocchi al pomodoro e crostata e liste di ingredienti da procurarci per sfamare orde di famiglie e studenti in libera uscita.

ingrediente segreto: sudore e sangue

Nonostante le proverbiali camicie sudate – nel senso più letterale possibile del termine – tra i fornelli delle cucine e angeli in colonna tirati giù a suon di stanchissimi improperi, lo stand italiano ha riscosso un abbastanza prevedibile ma quanto mai clamoroso successo, tra parole napoletane urlate a casaccio in mezzo a giapponese onorifico buttato sulla folla (いらっしゃいませ!イタリア料理いかがですか? benvenuti, che ne direste di un po’ di cucina italiana?), vecchi giapponesi dall’aria indignata che puntano il dito contro i gaijin coi piercing (per chi non lo sapesse, la parola 外人gaijin – straniero – ha ancora una forte denotazione razzista, rispetto al neutrale 外国人gaikokujin, persona di un altro paese) e amichevole competizione coi compagni tedeschi della bancarella accanto.

provetti ed infaticabili venditori

Poiché gli stand stranieri hanno chiuso con un giorno di anticipo, l’ultimo giorno del festival è stato decisamente più piacevole e all’insegna dell’avanscoperta di quanto non si era riusciti a vedere – e mangiare! – nei tre giorni precedenti causa chilometriche code alla nostra bancarella in perfetto stile ufficio postale italiano all’ora di punta, con tanto di schiaffo in faccia alle tanto decantate buone maniere giapponesi , se mi è concesso fare un appunto. Lungo i vialoni ragazzi e ragazze con invitanti cartelli ci accalappiavano verso i loro stand, mentre di fronte agli edifici si esibivano gruppi di ballerini di danza moderna con la scioltezza di una colata di cemento e performer di danze tradizionali molto più coordinati e coinvolgenti. tralascio qualsiasi commento sui gruppi musicali che hanno stuprato in ogni orifizio canzoni della scena rock mondiale con il loro pessimo inglese e una combinazione di esercizio-talento non proprio bilanciata (azzarderei un 80-20%).

non sono riuscita a capire che danza fosse ma erano davvero bravi

Dopo un pranzo a base di okonomiyaki, takoyaki, banane al cioccolato e schifezze varie saccheggiate dagli stand asiatici, il festival si è concluso intorno alle 19, quando uno spettacolo di centinaia – senza esagerare – di fuochi artificiali ha illuminato il cielo di una cinquantina di studenti alcol-muniti sdraiati sul tetto del dormitorio maschile. Ci tengo a informarvi che tale spettacolo è conforme al prestigio della Tokai Daigaku e, in quanto tale, pare non si badi a spese: circa 6 milioni di yen (60.000 euro) sono esplosi in petardi colorati e nuvole di fumo proprio davanti ai nostri occhi.

Dalla Tokai è tutto, domani si va in gita con l’università ad Hakone tra musei all’aperto, hiking tra i boschi fino al vulcano, templi e un tempo che promette di far piovere cani e gatti.

Vi sto che anche qui è finalmente iniziato l’autunno e che ci stanno insegnando a scrivere haiku, vi lascio proprio con uno di questi:

鯉つどりおり

秋しずかに

むきむきにおり。

Le carpe si radunano. In silenzio, l’autunno avanza in ogni direzione.

Vita da 別科生

non per dire eh, ma guardate un po'

Sì , lo so che vi avevo promesso Shibuya, cosplayers e insetti. So anche che aggiornare con la lentezza di un dugongo che tenta una capriola non è giusto nei vostri confronti, né in quelli di quello che vorrebbe essere un blog.

Ma vi giuro, spergiuro e giurin giurella che in queste tre settimane non me ne sono stata seduta a mangiare ramen e yakisoba. O almeno, non al di fuori della pausa pranzo in quel girone dantesco che qui chissa perché si divertono a chiamare mensa.

Ed è inutile che vi presentiate alle porte del mio spazio con la faccia imbronciata e il ditino inquisitore a dirmi “ma tu sei in Giappone che figata chissà se fai cose vedi gente vedi cose ti fai gente”, qui la vita da studente richiede un impegno talmente costante e rigoroso che manco ad avere un figlio – infatti a volte mi sveglio la notte guardando i kanji sulla scrivania con l’incubo di aver dimenticato di dargli le dovute attenzioni.

Ma andiamo per gradi.

Ormai sono due settimane che posso fregiarmi del titolo di別科生, vale a dire di studentessa del corso speciale di giapponese. Ben sapendo che detta così può sembrare una forma di ghettizzazione del “diavolo bianco” in un’ala specifica dell’università, in realtà le classi sono piuttosto eterogenee riguardo ai paesi di provenienza: Europa sì, ma anche Thailandia, Cina, Corea, Mongolia, Taiwan e via dicendo.

Scendendo più nei dettagli, la sottoscritta si trova al momento al livello 4 di una scala che va da circa 10 a 1, dove il terzo e il quarto livello si equivalgono per insegnamenti, libri di testo e difficoltà, ma differiscono in quanto la classe 3 è finalizzata agli studenti stranieri che intendono immatricolarsi alla Tokai e frequentare le lezioni vere e proprie.

Detto fuori dai denti, lo trovo un livello abbastanza noioso dato che conosco la maggior parte dei kanji che dobbiamo studiare per il test del giorno dopo e la modalità di insegnamento mi ricorda troppo quella tenuta il terzo anno a Venezia – vale a dire leggere in classe, esercizi individuali o di gruppo, a volte i tanto odiati roleplay che bruciassero all’inferno loro e chi li ha inventati.

Tuttavia non me la sento di chiedere di essere trasferita alla classe due, in quanto il livello 4 (e di rimando il terzo) è una classe di preparazione apposita per l’esame di livello N2 del 日本語能力試験 (l’esame di proficiency di lingua giapponese) a cui mi sono iscritta e che intendo dare a Tokyo questo 4 dicembre, con tante condoglianze alla mia testa e al suo dolere ormai definitivamente quotidiano.

ecco i libri sui quali sto perdendo diottrie, sonno e l'ingresso in paradiso

Inoltre, per quanto mi alletti l’idea di avere ben due mattine in cui potermi svegliare alle 10 invece che alle 8, data la mole di studio e la quantità di materiale economico/politico presente, penso che avrei dei seri problemi con la mia quotidiana emicrania, che da quando sono arrivata è peggiorata e mi lascia stesa a letto almeno due ore al giorno.

E che quattro sia, quindi.

Spendendo due righe riguardo all’università che sto frequentando, a parte la cerimonia di ingresso più barocca della storia – epiteto gentile per tamarra, con tanto di banda che suonava la colonna sonora de “la Bella e la Bestia” durante l’attesa e l’intro di Odissea nello spazio quando si è alzato il sipario del palco nella sala delle celebrazioni – devo dire che questo campus è magnificamente attrezzato e, soprattutto, funzionante. Cosa non da poco, se paragonato a Ca Foscari o a qualsiasi università italiana.

Avendo accesso a tutti i servizi, noi studenti in scambio abbiamo la possibilità di iscriverci, come gli studenti regolari, in piscina e/o in palestra a costo irrisorio (500 yen per l’utilizzo di entrambe per l’intero semestre) o di utilizzare qualsiasi campo a scelta tra pallavolo, atletica, tennis, rugby, calcio e via dicendo.

Abbiamo a disposizione magnifiche biblioteche con sale studio grandi, luminose e comode, computer funzionanti e fino a 400 pagine da stampare gratuitamente, e gli addetti all’ufficio delle relazioni con gli studenti stranieri sono gentili, efficaci e competenti: roba da non dare per scontata, soprattutto se sei abituato allo standard italiano di comportamento medio da troglodita con lessico burino.

All’interno del perimetro del campus, inoltre, sono disponibili una caffetteria aperta fino alle sette con possibilità di studiare strafogandosi di bevande dai colori assurdi e dal dubbio contenuto calorico, diverse mense – di cui personalmente ho provato solo quella al primo piano dell’edificio in cui ho lezione, ma che ci rimpinza di cibi squisiti ed economici – e, la nostra piccola perla, un コンビニ (Conbini, contrattura di convenience-store): trattasi di negozi di piccole o medie dimensioni aperti 24 ore su 24 che vendono di tutto, dallo shampoo ai dolci, ai detersivi, alle riviste porno.

Da buoni studenti distrutti dalla vita sui banchi, le nostre cene si concludono spesso al conbini di turno alla ricerca della prima colazione, e con sommo gaudio posso annunciare al mondo di aver già finito la mia prima raccolta punti qui in terra nipponica, e la mia fedeltà è stata premiata con una bellissima tazza firmata リラックマ(Rirakkuma – cliccate se già non conoscete cotanta pucciosità).

Per oggi il bollettino universitario si esaurisce con questa breve introduzione generale al campus, vi lascio con la fondamentale notizia che la qui presente è finalmente riuscita a trovare della camomilla e a comprare il suo primo libro in giapponese – Alice nel paese delle meraviglie .

il mio piccolo tesoro

E poiché gli impegni per il weekend sono la festa di compleanno di Toshi domani, una festa organizzata dall’università sabato e un picnic multiculturale nei dintorni di Tokyo domenica, non aspettatevi altri aggiornamenti almeno fino al prossimo weekend. Perché, signore e signori, in tutto ciò non ho ancora finito di scrivere la tesi di laurea.

Ma stiamo lavorando per voi.

つづく