Meido no moe moe

Insegna luminosa di un maid cafè ad Akihabara

Pensando ad alcuni tra i luoghi più comuni sul Giappone, di solito allo straniero medio vengono in mente, nel seguente ordine: i manga, le tettone dei manga, gli anime, le tettone degli anime, i videogame, le tettone dei manga e degli anime e la parola かわいい kawaii (carino, puccioso).

Parlando di kawaii – e qui perderò quella parte di lettori arrivati al blog digitando “tettone” – a distanza di un paio di settimane sto ancora cercando di capacitarmi di come questa definizione si possa applicare a un’onda sonora paragonabile in termini di decibel solo alla sirena di un antifurto in loop.

Ma andiamo con ordine.

Akihabara, Tokyo: comunemente conosciuto come la “electric town” della metropoli, tra le decine di club SEGA, negozi di videogiochi e rigattieri di dubbia fiducia che tentano di infinocchiare il turista nikonmunito, spiccano avvenenti ragazze giapponesi in costume da governante del XIX secolo, tutte trine e merletti e autoreggenti  anche nel freddo barbino di dicembre.

Si tratta delle adescatrici di clienti per i maid cafè (メイドカフェ), un tipo di locale in voga da una decina d’anni in Giappone e che sta conquistando pian piano non solo avventori  autoctoni ma anche turisti e curiosi di vario genere – tra cui la sottoscritta. Per quanto ci sia andata con la speranza di studiare da vicino la fauna otaku giapponese, la clientela del posto era in realtà piuttosto varia: sì un gruppo di otaku, ma anche due fidanzati,  un ragazzo in carrozzina per i fatti suoi e tre ragazzi un po’ sul tamarro andante che mi ricordavano i sedicenni italiani che vanno al locale per vedere la barista figa.

Il costume delle maid varia in base al caffè in cui lavorano, ma comunque riprende quello della tipica cameriera francese, ovvero un’uniforme solitamente blu o nera (a volte anche rosa) molto corta con una o più sottovesti di pizzo, grembiule bianco, collant o autoreggenti spesso corredate di giarrettiera e fiocco o orecchie da gatto in testa – le più kawaii si addobbano perfino di peluche dappertutto.

tipica maid (foto datami dalla cameriera che ci ha servito)

Benché dalla descrizione l’immagine che emerge corrisponda più o meno all’inizio di un porno in role-play, le suddette maid non sono affatto volgari nella loro mise: giocano piuttosto sulla sensualità ingenua e maliziosa che la figura della maid suscita in genere nel giapponese medio, senza mai uscire dal ruolo di domestiche totalmente asservite al cliente-padrone, in quanto create ad hoc sulla base del concetto di 萌えmoe – vale a dire passione, fissazione ed in particolare per ragazze dall’aspetto carino ed innocente.  Per quanto il concetto in sé sia abbastanza inquietante, l’esperienza si è rivelata piacevole.

Il locale in cui sono stata si chiama Maidreamin, una delle catene di maid cafè più grosse di Akihabara, con 4 sedi tutte nei paraggi di quella principale. Una volta aperte le porte dell’ascensore che ci ha condotto al secondo piano, ci si è rivelato un ambiente come questo

immagine presa da google

con la sola differenza che tutte le cameriere in servizio si sono voltate verso di noi sorridendo ed urlando in coro お帰りなさい!(okaerinasai, bentornati  a  casa!)

Dopo averci fatto accomodare al tavolo, la nostra cameriera Ran si è inginocchiata di fianco a me dapprima tentando un inglese stentato e poi squittendo – letteralmente – di gioia al mio 日本語でもいい (va bene anche il giapponese), illustrandoci il servizio in breve: 500 yen l’ora e una consumazione obbligatoria, che avremmo potuto scegliere da un piccolo menù o ordinando direttamente un set. Solitamente i prezzi del cibo “da pasto” come riso al curry, donburi e simili in questi locali sono piuttosto elevati in rapporto alla quantità, mentre andando sul dolce si riesce sia a risparmiare qualcosa che ad avere lo stomaco mediamente pieno, se avete pranzato prima.

È costume dei maid cafè che le cameriere intrattengano i clienti con piccoli spettacoli canori o di magia, sia su un piccolo palco allestito nel locale o direttamente al tavolo. E fin qui tutto bene. La parte più o meno imbarazzante è quella di dover ripetere la canzoncina, il balletto o la filastrocca recitata dalla cameriera: insieme a tutto il locale se è una performance sul palco, oppure da soli o coi vostri amici se la cosa avviene al tavolo.

Noi per esempio abbiamo dovuto contare fino a tre – in falsetto – in modo che magicamente la candela in mano alla maid si illuminasse (il fatto che fosse un lumino elettrico è del tutto irrilevante), dopodiché applaudire con un sorriso a trentadue denti mentre il gridolino estatico della cameriera si imprimeva nei nostri timpani come una lobotomia.

Il momento che personalmente mi ha divertito di più è stata l’ordinazione con relativa consegna della nostra consumazione. Una volta deciso cosa prendere, per richiamare l’attenzione della cameriera non c’è il classico bottoncino (alla giapponese) né bisogna guardarla intensamente sperando che recepisca telepaticamente che siamo pronti (all’occidentale): si chiudono le mani a pugno come per imitare la zampa di un gatto, si portano accanto al viso e si dice tutti insieme にゃんにゃんnyan nyan (il verso del gatto in giapponese).

No, non sto scherzando.

E sì, c’erano anche due ragazzi con me – il che rimarrà mia fonte di personale divertimento per i prossimi mesi a venire.

Il tutto avviene a livelli di ultrasuoni tali da desiderare che un gatto si faccia le unghie su una vetrata alta 15 metri piuttosto che patire tanto fastidio, soprattutto considerato che molto spesso le cameriere modulano la voce in modo da raggiungere ottave più alte per apparire ancora più graziose.

i nostri pucciosi e tremendamente dolci parfait, alias glicemia (neanche troppo) travestita

Ma non finisce qui. Una volta ricevuta la propria ordinazione, prima di mangiarla bisogna renderla buona e come farlo viene illustrato dalla cameriera che vi ha servito: mettere le mani a cuoricino e muoverle a ritmo di おいしくな~る、萌え 萌え きゅううう~ん!(oi-shiku-naaaru moe moe kyuuuuuun!, dove oishikunaru significa “rendere buono”)

Noticina al pubblico maschile: non importa quanti attributi millantiate o quanti peli sul petto potete vantare, nello sventolare un cuoricino sarete irrimediabilmente la cosa meno sessualmente desiderabile sulla faccia della terra.

Restando in tema, mentre raccontavo la vicenda ad un amico bulgaro, mi ha interrotto con un “sì sì ok ma la cameriera quando te la scopi?”  (e poi lo dicono a noi italiani di essere troppo diretti)

La risposta alla domanda è probabilmente mai: nei maid cafè vige infatti la regola assoluta di non chiedere alle ragazze nessuna informazione personale, che vada dal vero nome al numero di telefono o addirittura all’indirizzo. Inoltre, sebbene alcuni locali mettano a disposizione un servizio extra di massaggio da parte di una maid al cliente, non è permesso a questi ultimi toccare le cameriere o avvicinarsi di propria iniziativa per parlar loro al di fuori dell’ordinazione o del pagamento, così come non è consentito scattare fotografie all’interno del caffè per la privacy delle ragazze.

Quindi, lettori che siete arrivati qui digitando “tettone” , se proprio non potete fare a meno di sollazzarvi con una cameriera durante il vostro soggiorno in Giappone, vi consiglio di cercare tra gli hostess club a Kabukichō.

Tuttavia, se desiderate un ricordino del maid cafè o se una maid vi piace in modo particolare, con un supplemento di 500 yen è sempre possibile richiedere una foto con la vostra preferita, che poi si occuperà di pastrocchiare la suddetta polaroid per renderla il più kawaii possibile.

l'anello di congiunzione tra il kawaii e il trash

Tirando le somme, nonostante i miei iniziali pregiudizi sul concetto di maid cafè (o di butler cafè, mirati a clientela femminile) sono riuscita a divertirmi – principalmente alle spalle dei miei compagni – e a riportare a casa un udito più o meno intatto, anche se non sono sicura che si possa dire la stessa cosa per l’orgoglio un po’ calpestato della parte maschile del gruppo.

Chi non posta a capodanno…

Buon anno nuovo a tutti quanti!

nengajō, tipica cartolina di auguri - il 2012 sarà l'anno del Drago (non ditelo alla mediaset che poi ci propina Dragonball)

Oshōgatsu.  Ci sarebbe da scrivere un papiro su ciò che questa festa così particolarmente sentita in Giappone, sui preparativi, sulle differenze delle celebrazioni tra un tempio e l’altro, ma per onor di cronaca mi limiterò alle mie esperienze personali e a quello che ho sentito dai professori e chiesto in giro ad amici.

Inizierò col dire che il Capodanno, a differenza dell’occidente, non si riferisce solo alla notte a cavallo tra i due anni ma all’arco di tempo che va dal 31 dicembre al 4 gennaio. È questa l’occasione in cui le famiglie si riuniscono per stare insieme, e spesso i giapponesi viaggiano anche fino alla parte opposta del paese pur di riunirsi ai propri cari. Vi sfido proprio a trovare posto su un treno in questo periodo, o anche solo a potervelo permettere: già ricaricare la Pasmo – tessera magnetica dei treni – richiede una buona scorta di reni, ma a mano a mano che ci si avvicina al Capodanno i prezzi  dei trasporti aumentano tanto da raddoppiare o, in alcuni casi, addirittura triplicare.

Nei due giorni precedenti il Capodanno i giapponesi sono soliti fare grandi pulizie, ma una volta arrivata la mattina del 31 dicembre, ogni attività, dal pulire al cucinare, cessa di essere svolta. Siccome i giapponesi, checché ne pensiate voi viste le loro esili forme, non vivono d’aria, il fatto che a Capodanno non cucinino nulla non significa che stiano a patire la fame per tutta la giornata, anzi, a festa speciale corrisponde pasto speciale. Si tratta di ciò che è noto col nome di Osechi-ryōri (御節料理) ovvero cibo freddo o essiccato che non necessita del frigorifero per conservarsi per 3 o 4 giorni, sistemato con cura in scatole di lacca chiamate jūbako (重箱) seguendo un ordine preciso. Oltre alla sistemazione, anche il significato di questi cibi è legato ad ambiti specifici, che sia per assonanza di parole o per un valore intrinseco: per esempio i fagioli di soia neri kuro-mame (黒豆) simboleggiano un augurio di salute e benessere in quanto “mame”, fagiolo, significa anche “salute”.

La tradizione dell’osechi-ryori è molto antica e una volta veniva preparato in casa propria con qualche giorno di anticipo, mentre oggi queste scatole si comprano più che altro al supermercato o ai convenience store.

Ah, e come non menzionare l’onnipresente mochi, il tipico dolcetto rotondo di riso tritato e pestato ad ottenere una pasta bianca, morbida e dalla consistenza vagamente appiccicosa, che viene riempita di crema di fagioli rossi. Lo so, detto così stuzzica l’appetito quanto un piatto di verze andate a male, ma vi assicuro che l’aspetto tondo e paffuto è molto invitante e il sapore, per quanto strano possa sembrare al primo morso, è tutt’altro che cattivo.

Il mochi di Capodanno in particolare si chiama kagami mochi (鏡餅, letteralmente “mochi a specchio”) ed è costituito da due tortine impilate con un’arancia amara (橙 daidai ) in cima.

Mochizilla

Questo tipo di mochi è un cibo decorativo, di solito sistemato nell’altare di famiglia durante il periodo di Capodanno come augurio di buona fortuna.  Non è ben chiaro cosa simboleggino i due tortini di mochi (se l’anno vecchio e quello nuovo, il sole e la luna o che altro), ma l’arancia in cima richiama per assonanza il kanji 代々(daidai, generazione) e simboleggia la continuazione della famiglia.

Non so voi, ma tutti questi giochi di parole, richiami e rimandi sono ciò che mi ha fatto innamorare di questa lingua.

Attenzione: questo mochi detiene il record di vecchi morti soffocati durante la deglutizione. Come vi ho detto, la pasta è appiccicosa e difficile da masticare in pezzi troppo grossi…quindi, per piacere, non fate i vecchi giapponesi e mangiate i mochi a piccoli morsi. Poi non dite che non vi avevo avvertito.

Infine,  durante il periodo di festività si possono notare i lati di porte e portoni di case e gli ingressi degli edifici ornati con i門松kadomatsu, le tipiche decorazioni di Capodanno costituite da corda intrecciata, ramoscelli di pino, bambù e susino (detti anche “i tre amici dell’inverno”, che rappresentano nell’ordine longevità, durevolezza e costanza) e festoni di carta bianca a zig-zag – quelli che si vedono di solito solo nei templi o nei santuari.

kadomatsu alla porta del mio dormitorio

In chiusa, voglio solo mettere l’accento sul termine che usano i giapponesi per indicare il party di Capodanno: 忘年会bōnenkai, che letteralmente significa “incontro per dimenticare l’anno”.  Non fanno parte della tradizione nè si tengono la sera del 31 (ma genericamente nel mese di dicembre), questi party sono semplicemente delle versioni festive dei normali 飲み会nomikai (serate passate a bere) per festeggiare l’anno nuovo in compagnia di amici.

Il mio bōnenkai si è tenuto il 31 dicembre (sì, lo so, per nulla giapponese) a bordo di un piccolo yacht al largo della baia di Yokohama, tra ruote panoramiche illuminate, fuochi d’artificio e ovviamente fiumi di alcol – quindi la parte del dimenticare è  riuscita benissimo.

fuochi d'artificio lungo la baia di Yokohama (grazie a Sam per la foto)

E il vostro Capodanno com’è stato?

Di nuovo auguri!

よいお年を!あけましておめでとうございます!


Consigli per gli acquisti: Tokyo Thrift #1

Se c’è una cosa che apprezzo nel modo di vestire giapponese non è tanto la bellezza degli abiti – che tra pelo, contropelo, pizzo e cianfrusaglie attaccate al colletto (rimovibile) della maglietta di turno le ragazze a volte fanno concorrenza al mago Thelma nei suoi momenti migliori –  quanto invece il fatto che più del cinquanta per cento del comune vestiario femminile giapponese si rifà al vintage anni 60- 70 o addirittura viene direttamente da quell’epoca.

Infatti, con mia grande gioia e parecchio stupore, il Giappone pullula di negozi di abiti usati: da Hiratsuka al centro del cuore di Shibuya, i thrift shop si susseguono in varietà di dimensioni e qualità dell’abbigliamento, ma in qualunque di essi si decida di metter piede, questi sono sempre affollatissimi  e con prezzi davvero a portata di studente in trasferta senza troppe pretese modaiole, e a volte anche con.

oneoreight

Cartelli portatori di inganno

One or Eight è Il primo negozio dell’usato in cui ho messo il naso. Si trova a due passi dall’ingresso del campus, è piuttosto piccolo e mi ha attirato fin dal primo giorno per l’insegna anni 60; tuttavia mi ha dato qualche problema in quanto non ha un giorno o un orario fisso di apertura (l’unica cosa certa è che è chiuso il giovedì). L’interno è piccolo, stipato di abiti che, con mia delusione, non sono usati come scritto sul cartello ma semplicemente si presentano con un aspetto vintage ricercato, un taglio moderno abbinato a fantasie che manco un taglialegna di settant’anni e buoni più che altro per wannabe hipsters. I prezzi sul cartellino confermano la finta trasandatezza della maggior parte degli abiti, soprattutto le magliette di gruppi musicali e quelle con Topolino o Minnie in versione grunge/psichedelica.

La proprietaria del posto è una signora sulla cinquantina di una gentilezza che sfiora quasi il servilismo: quando il mio compagno di shoppingevoli avventure ha chiesto di poter pagare con la carta di credito, la suddetta signora ha risposto di no ed è sparita nel retrobottega per tornare con due caffè in lattina da offrirci, scusandosi profondamente per non essere al passo coi tempi. Ero indecisa se accarezzarle la matassa di capelli neri o farle notare qualche altra imperfezione nella speranza di rimediare, che ne so, un invito a cena.

Un investimento più che proficuo è arrivato invece dal posto in cui non mi sarei quasi aspettata di trovare un buon thrift shop: Shibuya. Da inesperta ed ignorante ryuugakusei di periferia, credevo che nel cuore dell’ipermoderna Tokyo avrei trovato più che altro colori sgargianti come solo certi cantanti androgini del j-pop sanno conciarsi, pantaloni in cui infilare una coscia significa assomigliare ad un cotechino e pizzi e merletti in stile pedo-porno-gothic-lolita, ma fortunatamente mi sbagliavo.

kinji

Un piccolo paradiso

Kinji, una delle più grosse catene di rivendita dell’usato in Giappone, occupa il pianoterra di un anonimo centro commerciale vicino al Tempio Meiji  e appena varcata la soglia si respira aria di vintage – alcuni la chiamano puzza di chiuso ma non voglio sottilizzare.

Le corsie sono parecchie, alcune suddivise per decenni ed altre per categorie di stile, con scarpe, scarponi e stivali che spuntano fuori all’improvviso tra gli scaffali ed in fondo ci sono tre camerini di prova e servizievoli commessi dall’aspetto indescrivibile – potrei parlare per ore delle unghie di cinque centimetri del cassiere dai lunghi capelli e il cappotto in vinile nero o del fatto che la ragazza che mi ha aiutato a scegliere i vestiti avesse addosso una tale accozzaglia di stili diversi da farla assomigliare a uno sbalzo temporale, ma nessun paragone del mio vocabolario potrebbe rendere l’idea.

I prezzi di questo negozio sono variano spesso in base all’articolo e alle condizioni dello stesso – ma sono comunque riuscita a portare a casa un sacco di capi in perfetto stato a meno di 700 yen l’uno (le scarpe di solito costano come in un normale negozio, in alcuni casi forse anche di più, non c’è molta scelta di numero, ma questo è un problema di tutti i negozi dell’usato).

Nella maggior parte dei vintage shop in cui sono stata ho notato che, a differenza dei mercati dell’usato in Italia dove accanto ai vestiti si trovano giocattoli, suppellettili e cianfrusaglie, si vendono solo ed esclusivamente vestiti e per accessori ed oggettistica – mobilio, macchine fotografiche ecc – ci sono altri negozi apposta, principalmente quelli che trattano antiquariato vero e proprio, come a Nakameguro, in cui purtroppo non sono ancora stata ma che è nella lista dei prossimi quartieri da visitare.

kinjiinterno

una delle corsie all'interno del negozio

Con questo si chiude la prima rubrica di consigli per gli acquisti per amanti del vintage, lo studio del JLPT mi chiama e mi andava di postare qualcosa di stupido prima di parlare della gita ad Hakone.

* Indirizzi:

1 or 8: Hiratsuka-shi, Kanagawa. Dalla stazione Tokaidaigakumae stare sulla sinistra fino al grande incrocio dopo il supermercato Gourmet City, dopodiché prendere la salita sulla destra. Il negozio è sul lato destro, dopo circa 10 minuti a piedi.

Kinji:  B1 YM Square Harajuku 4-31-10, Jingumae, Shibuya. Dalla fermata della metro Jingumae, attraversare la strada e tenere le destra. Proseguire dritto fino al grande incrocio con semaforo pedonale, attraversare e girare a sinistra: Kinji si trova nel primo centro commerciale subito sulla destra .

Vita da 別科生

non per dire eh, ma guardate un po'

Sì , lo so che vi avevo promesso Shibuya, cosplayers e insetti. So anche che aggiornare con la lentezza di un dugongo che tenta una capriola non è giusto nei vostri confronti, né in quelli di quello che vorrebbe essere un blog.

Ma vi giuro, spergiuro e giurin giurella che in queste tre settimane non me ne sono stata seduta a mangiare ramen e yakisoba. O almeno, non al di fuori della pausa pranzo in quel girone dantesco che qui chissa perché si divertono a chiamare mensa.

Ed è inutile che vi presentiate alle porte del mio spazio con la faccia imbronciata e il ditino inquisitore a dirmi “ma tu sei in Giappone che figata chissà se fai cose vedi gente vedi cose ti fai gente”, qui la vita da studente richiede un impegno talmente costante e rigoroso che manco ad avere un figlio – infatti a volte mi sveglio la notte guardando i kanji sulla scrivania con l’incubo di aver dimenticato di dargli le dovute attenzioni.

Ma andiamo per gradi.

Ormai sono due settimane che posso fregiarmi del titolo di別科生, vale a dire di studentessa del corso speciale di giapponese. Ben sapendo che detta così può sembrare una forma di ghettizzazione del “diavolo bianco” in un’ala specifica dell’università, in realtà le classi sono piuttosto eterogenee riguardo ai paesi di provenienza: Europa sì, ma anche Thailandia, Cina, Corea, Mongolia, Taiwan e via dicendo.

Scendendo più nei dettagli, la sottoscritta si trova al momento al livello 4 di una scala che va da circa 10 a 1, dove il terzo e il quarto livello si equivalgono per insegnamenti, libri di testo e difficoltà, ma differiscono in quanto la classe 3 è finalizzata agli studenti stranieri che intendono immatricolarsi alla Tokai e frequentare le lezioni vere e proprie.

Detto fuori dai denti, lo trovo un livello abbastanza noioso dato che conosco la maggior parte dei kanji che dobbiamo studiare per il test del giorno dopo e la modalità di insegnamento mi ricorda troppo quella tenuta il terzo anno a Venezia – vale a dire leggere in classe, esercizi individuali o di gruppo, a volte i tanto odiati roleplay che bruciassero all’inferno loro e chi li ha inventati.

Tuttavia non me la sento di chiedere di essere trasferita alla classe due, in quanto il livello 4 (e di rimando il terzo) è una classe di preparazione apposita per l’esame di livello N2 del 日本語能力試験 (l’esame di proficiency di lingua giapponese) a cui mi sono iscritta e che intendo dare a Tokyo questo 4 dicembre, con tante condoglianze alla mia testa e al suo dolere ormai definitivamente quotidiano.

ecco i libri sui quali sto perdendo diottrie, sonno e l'ingresso in paradiso

Inoltre, per quanto mi alletti l’idea di avere ben due mattine in cui potermi svegliare alle 10 invece che alle 8, data la mole di studio e la quantità di materiale economico/politico presente, penso che avrei dei seri problemi con la mia quotidiana emicrania, che da quando sono arrivata è peggiorata e mi lascia stesa a letto almeno due ore al giorno.

E che quattro sia, quindi.

Spendendo due righe riguardo all’università che sto frequentando, a parte la cerimonia di ingresso più barocca della storia – epiteto gentile per tamarra, con tanto di banda che suonava la colonna sonora de “la Bella e la Bestia” durante l’attesa e l’intro di Odissea nello spazio quando si è alzato il sipario del palco nella sala delle celebrazioni – devo dire che questo campus è magnificamente attrezzato e, soprattutto, funzionante. Cosa non da poco, se paragonato a Ca Foscari o a qualsiasi università italiana.

Avendo accesso a tutti i servizi, noi studenti in scambio abbiamo la possibilità di iscriverci, come gli studenti regolari, in piscina e/o in palestra a costo irrisorio (500 yen per l’utilizzo di entrambe per l’intero semestre) o di utilizzare qualsiasi campo a scelta tra pallavolo, atletica, tennis, rugby, calcio e via dicendo.

Abbiamo a disposizione magnifiche biblioteche con sale studio grandi, luminose e comode, computer funzionanti e fino a 400 pagine da stampare gratuitamente, e gli addetti all’ufficio delle relazioni con gli studenti stranieri sono gentili, efficaci e competenti: roba da non dare per scontata, soprattutto se sei abituato allo standard italiano di comportamento medio da troglodita con lessico burino.

All’interno del perimetro del campus, inoltre, sono disponibili una caffetteria aperta fino alle sette con possibilità di studiare strafogandosi di bevande dai colori assurdi e dal dubbio contenuto calorico, diverse mense – di cui personalmente ho provato solo quella al primo piano dell’edificio in cui ho lezione, ma che ci rimpinza di cibi squisiti ed economici – e, la nostra piccola perla, un コンビニ (Conbini, contrattura di convenience-store): trattasi di negozi di piccole o medie dimensioni aperti 24 ore su 24 che vendono di tutto, dallo shampoo ai dolci, ai detersivi, alle riviste porno.

Da buoni studenti distrutti dalla vita sui banchi, le nostre cene si concludono spesso al conbini di turno alla ricerca della prima colazione, e con sommo gaudio posso annunciare al mondo di aver già finito la mia prima raccolta punti qui in terra nipponica, e la mia fedeltà è stata premiata con una bellissima tazza firmata リラックマ(Rirakkuma – cliccate se già non conoscete cotanta pucciosità).

Per oggi il bollettino universitario si esaurisce con questa breve introduzione generale al campus, vi lascio con la fondamentale notizia che la qui presente è finalmente riuscita a trovare della camomilla e a comprare il suo primo libro in giapponese – Alice nel paese delle meraviglie .

il mio piccolo tesoro

E poiché gli impegni per il weekend sono la festa di compleanno di Toshi domani, una festa organizzata dall’università sabato e un picnic multiculturale nei dintorni di Tokyo domenica, non aspettatevi altri aggiornamenti almeno fino al prossimo weekend. Perché, signore e signori, in tutto ciò non ho ancora finito di scrivere la tesi di laurea.

Ma stiamo lavorando per voi.

つづく