Chi non posta a capodanno…

Buon anno nuovo a tutti quanti!

nengajō, tipica cartolina di auguri - il 2012 sarà l'anno del Drago (non ditelo alla mediaset che poi ci propina Dragonball)

Oshōgatsu.  Ci sarebbe da scrivere un papiro su ciò che questa festa così particolarmente sentita in Giappone, sui preparativi, sulle differenze delle celebrazioni tra un tempio e l’altro, ma per onor di cronaca mi limiterò alle mie esperienze personali e a quello che ho sentito dai professori e chiesto in giro ad amici.

Inizierò col dire che il Capodanno, a differenza dell’occidente, non si riferisce solo alla notte a cavallo tra i due anni ma all’arco di tempo che va dal 31 dicembre al 4 gennaio. È questa l’occasione in cui le famiglie si riuniscono per stare insieme, e spesso i giapponesi viaggiano anche fino alla parte opposta del paese pur di riunirsi ai propri cari. Vi sfido proprio a trovare posto su un treno in questo periodo, o anche solo a potervelo permettere: già ricaricare la Pasmo – tessera magnetica dei treni – richiede una buona scorta di reni, ma a mano a mano che ci si avvicina al Capodanno i prezzi  dei trasporti aumentano tanto da raddoppiare o, in alcuni casi, addirittura triplicare.

Nei due giorni precedenti il Capodanno i giapponesi sono soliti fare grandi pulizie, ma una volta arrivata la mattina del 31 dicembre, ogni attività, dal pulire al cucinare, cessa di essere svolta. Siccome i giapponesi, checché ne pensiate voi viste le loro esili forme, non vivono d’aria, il fatto che a Capodanno non cucinino nulla non significa che stiano a patire la fame per tutta la giornata, anzi, a festa speciale corrisponde pasto speciale. Si tratta di ciò che è noto col nome di Osechi-ryōri (御節料理) ovvero cibo freddo o essiccato che non necessita del frigorifero per conservarsi per 3 o 4 giorni, sistemato con cura in scatole di lacca chiamate jūbako (重箱) seguendo un ordine preciso. Oltre alla sistemazione, anche il significato di questi cibi è legato ad ambiti specifici, che sia per assonanza di parole o per un valore intrinseco: per esempio i fagioli di soia neri kuro-mame (黒豆) simboleggiano un augurio di salute e benessere in quanto “mame”, fagiolo, significa anche “salute”.

La tradizione dell’osechi-ryori è molto antica e una volta veniva preparato in casa propria con qualche giorno di anticipo, mentre oggi queste scatole si comprano più che altro al supermercato o ai convenience store.

Ah, e come non menzionare l’onnipresente mochi, il tipico dolcetto rotondo di riso tritato e pestato ad ottenere una pasta bianca, morbida e dalla consistenza vagamente appiccicosa, che viene riempita di crema di fagioli rossi. Lo so, detto così stuzzica l’appetito quanto un piatto di verze andate a male, ma vi assicuro che l’aspetto tondo e paffuto è molto invitante e il sapore, per quanto strano possa sembrare al primo morso, è tutt’altro che cattivo.

Il mochi di Capodanno in particolare si chiama kagami mochi (鏡餅, letteralmente “mochi a specchio”) ed è costituito da due tortine impilate con un’arancia amara (橙 daidai ) in cima.

Mochizilla

Questo tipo di mochi è un cibo decorativo, di solito sistemato nell’altare di famiglia durante il periodo di Capodanno come augurio di buona fortuna.  Non è ben chiaro cosa simboleggino i due tortini di mochi (se l’anno vecchio e quello nuovo, il sole e la luna o che altro), ma l’arancia in cima richiama per assonanza il kanji 代々(daidai, generazione) e simboleggia la continuazione della famiglia.

Non so voi, ma tutti questi giochi di parole, richiami e rimandi sono ciò che mi ha fatto innamorare di questa lingua.

Attenzione: questo mochi detiene il record di vecchi morti soffocati durante la deglutizione. Come vi ho detto, la pasta è appiccicosa e difficile da masticare in pezzi troppo grossi…quindi, per piacere, non fate i vecchi giapponesi e mangiate i mochi a piccoli morsi. Poi non dite che non vi avevo avvertito.

Infine,  durante il periodo di festività si possono notare i lati di porte e portoni di case e gli ingressi degli edifici ornati con i門松kadomatsu, le tipiche decorazioni di Capodanno costituite da corda intrecciata, ramoscelli di pino, bambù e susino (detti anche “i tre amici dell’inverno”, che rappresentano nell’ordine longevità, durevolezza e costanza) e festoni di carta bianca a zig-zag – quelli che si vedono di solito solo nei templi o nei santuari.

kadomatsu alla porta del mio dormitorio

In chiusa, voglio solo mettere l’accento sul termine che usano i giapponesi per indicare il party di Capodanno: 忘年会bōnenkai, che letteralmente significa “incontro per dimenticare l’anno”.  Non fanno parte della tradizione nè si tengono la sera del 31 (ma genericamente nel mese di dicembre), questi party sono semplicemente delle versioni festive dei normali 飲み会nomikai (serate passate a bere) per festeggiare l’anno nuovo in compagnia di amici.

Il mio bōnenkai si è tenuto il 31 dicembre (sì, lo so, per nulla giapponese) a bordo di un piccolo yacht al largo della baia di Yokohama, tra ruote panoramiche illuminate, fuochi d’artificio e ovviamente fiumi di alcol – quindi la parte del dimenticare è  riuscita benissimo.

fuochi d'artificio lungo la baia di Yokohama (grazie a Sam per la foto)

E il vostro Capodanno com’è stato?

Di nuovo auguri!

よいお年を!あけましておめでとうございます!


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Natale a Hiratsuka – prossimamente nei peggiori bar di Caracas.

Anche se con due giorni di ritardo, BUON NATALE a tutti quanti.

Tokai natalizia

Dopo l’inizio politically correct, veniamo a noi, e veniamo ai bilanci di 3 mesi di blog: rosso scarlatto oserei dire, visto che i miei post sono più diradati dei capelli di Silvio prima del trapianto.

Con una mano sul cuore e una sullo stomaco per quanto cibo ho ingurgitato sotto le feste (non sia mai che passare il Natale oltreoceano sfati l’esistenza della mitologica figura del mezzo italiano mezza idrovora) oggi voglio parlare, appunto, di quello che questa festività rappresenta in Giappone.

Ebbene, subito dopo il 31 ottobre la mensa della Tokai e la maggior parte degli esercizi commerciali si sono tolti di dosso ragnatele finte e ragni di plastica per indossare barbe bianche e lucine colorate in così breve tempo da fare un baffo a Jack Skeleton. Luminarie, decorazioni, menù a tema: verrebbe quasi da pensare che la differenza non sia poi così grande ma, signora mia, qui non ci sono né cinepanettoni dal rutto facile e la parolaccia d’ordinanza né il palinsesto tv che mediaset manda in onda dai primi anni 90 (l’hanno fatto anche quest’anno “una poltrona per due”, a casa?) e una ventata d’aria di festa riesce quasi a farsi strada tra portafogli che si sgonfiano e sacchetti che si moltiplicano.

Tralasciando che il termine festività sottintenda la sospensione delle attività lavorative e/o scolastiche, cosa che qui non avviene dato che per carità, bello l’albero e le lucine ma tanto loro mica ci credono davvero al bambinello nato da una vergine (chiamali scemi),  penso che qui le suocere che gridano allo sperpero, al consumismo e “a natale io sono alternativo e odio la gente più del solito” – aggiornatevi, ormai la vera trasgressione è essere davvero più buoni  – perderebbero le corde vocali dal tanto starnazzare che avrebbero. Perché qui il Natale è una festa puramente commerciale, dove più che lo spirito caloroso del ritrovarsi tutti insieme è arrivato il messaggio dello scambiarsi regali, quasi un obbligo più che un piacere.

Inoltre in Giappone il Natale è una specie di preludio al San Valentino.

La sera del 24 dicembre, la vera “Christams Eve” (pare che solo noi italiani festeggiamo il 25) è prassi per le coppiette andare a cena fuori in un romantico ristorantino prenotato da almeno uno o due mesi a prezzi non proprio economici, mentre le ragazze single smaniano durante le settimane prima di Natale per trovare un fidanzato o qualcuno con cui passare questa magica serata – ragion per cui mandrie di ragazzi si improvvisano 軟派天才nanpa tensai, geni della caccia alle ragazze (che ha delle regole precise che tratterò in altra sede).

Altro punto fondamentale è il cibo natalizio. Come ho già detto, i ristoranti organizzano sì tipici menù di Natale….che non sono altro che i soliti (buoni per carità) piatti giapponesi di tutti i giorni, con la differenza che alla fine del pasto c’è Lei, la Torta di Natale.

immagine presa da google

Perché in Giappone sono principalmente due, i cibi che contraddistinguono questa festa. Uno è appunto la sopracitata torta, rigorosamente di pan di spagna, ricoperta di panna montata e con in cima fragole e Santa Claus che sorregge la scritta “Merry Christmas”. Variazioni sul tema non sono ammesse, tranne che per la farcitura interna. Come ci ha spiegato la nostra professoressa, i giapponesi vanno matti per questo tipo di torte dall’aspetto “occidentale” ma di solito le patisserie o i cafè le vendono a prezzi esorbitanti, e quindi preferiscono aspettare le ricorrenze in cui è d’obbligo possederne una, in modo da non doversi accontentare di una sola fetta e di spendere una cifra folle con la coscienza un po’ più leggera.

L’altro piatto tradizionale natalizio, credetemi o meno, è il KFC set: il Kentucky Fried Chicken, una delle più note catene di fast food americano, durante gli anni 70 presentò la sua icona portante, il colonnello Sanders, vestito da Babbo Natale. A quanto pare la campagna ebbe molto successo e, sebbene al giorno d’oggi la tendenza si sia un po’ smorzata, questo resta ancora uno dei pasti natalizi che vanno per la maggiore. Il set contiene vari pezzi di pollo (fritti), dell’insalata, una bibita a scelta ed ovviamente la torta di Natale.

Infine spendo qualche riga per  le luci, che giocano un ruolo molto attivo – se in questo caso, dato che tradizione non è, sia per ritrovare un po’ il proprio bambino interiore o perché in realtà i giapponesi siano falene travestite non mi è dato saperlo. Sì, perché un qualsiasi abbozzo di lampadina attaccato ad un albero spoglio al di fuori di una stazione attira orde di giapponesi telefonino-muniti a fare gruppo e a scavalcarsi l’un l’altro per una foto con le dita a V davanti allo spettacolo luminoso.

E non solo.

La sottoscritta, insieme a un gruppo nutrito di amici, ha passato il Natale allo 読み売りランド Yomiuriland, il parco divertimenti della Odakyu Line, a metà strada tra dove sto io e la civiltà. Uno schiaffo in faccia al risparmio energetico, durante il Natale questo parco è interamente ricoperto di luci, dagli alberi alle giostre stesse, creando sì un’atmosfera magica, ma allo stesso tempo dandoti l’illusione di essere immerso in un violento trip di LSD.

Leggermente mossa, ma avevo scordato il treppiede

All’uscita del parco, turisti disposti ordinatamente in una lunghissima fila, ignorando completamente l’aria pungente e gelida della sera, aspettavano il loro turno per essere fotografati davanti ad un maestoso e ovviamente illuminato abete natalizio in compagnia di Santa Claus.

Tuttavia da ieri è già cominciato lo smantellamento del Natale: via gli alberi, via i babbi natale (ma le luci restano) e sono iniziati i preparativi della prossima festa: お正月Oshougatsu, Capodanno.

Vi avevo già detto che grazie alle conoscenze di Yukina, la nostra dj di ogni festa al campus, lo passeremo su uno yacht al largo della baia di Yokohama? No? Beh, sapevatelo.

Ancora  メリークリスマス!

guest star: Ettore da Ibaraki 😀

Meglio tardi che la rondine nell’occhio del vicino

Hakone - percorso della gita

Hakone 箱根 è principalmente conosciuta per le sue numerose sorgenti termali (diciassette; una tra tutte Hakone-Yumoto) e per essere stata una 宿場 (shukuba, “città-sosta” per i viandanti) lungo la Tōkaidō, la strada che un tempo collegava Edo, l’antica Tokyo, a Kyoto. Un altro dei motivi che la rendono famosa a giapponesi ed occidentali è il parco nazionale di Fuji-Hakone-Izu, immensa area naturalistica protetta che comprende il monte Fuji ed i cinque laghi circostanti, tutta Hakone, la penisola di Izu e le isolette collegate.

Tuttavia durante la nostra gita scolastica non abbiamo visto nulla di tutto ciò perché, come è già stato detto qui, i viaggi organizzati in Giappone sono una penosa rincorsa all’attrazione, dove vederla ed esserci stato, non importa per quanto, conta più dell’assaporarne le emozioni, capirne il significato o semplicemente visitarla a fondo.

 In mezza giornata, pausa pranzo esclusa, il programma prevedeva:

  • Visita al museo all’aperto di Hakone
  • Hiking lungo i resti del pendio del vulcano con visita alle sorgenti di zolfo
  • Visita alla Hakone Sekisho, un’antica stazione di posta di periodo Edo.

Costruito nel 1969, il museo all’aperto è una delle principali attrazioni culturali dell’area (insieme al museo del Piccolo Principe, che andrò a visitare la prossima settimana) e consiste in un immenso parco in cui sono dislocate sculture di varia fattura e provenienza, ma principalmente astratte, concettuali o semplicemente moderne.

la mia statua preferita

Non c’è un vero e proprio percorso da seguire, ogni visitatore è libero di scegliere il proprio sentiero e perdersi in mezzo ai giardini o di seguire i cartelli fino a giungere all’edificio che ospita una collezione permanente di Picasso, dove sono esposte principalmente sculture, vasellame, schizzi e disegni decisamente sconosciuti dell’artista spagnolo. Nota positiva per la serie di fotografie di David Douglas Duncan, che ritraggono Picasso nel suo studio in momenti di quotidiana creatività.

All’interno dei giardini poi si trova un 足湯 (ashi yu) ovvero un pediluvio gratuito in acque termali a circa 40°C di temperatura…particolarmente piacevole l’aroma dato dai mandarini immersi nell’acqua.

 pediluvio caldo - la goduria

La seconda tappa è la valle vulcanica. Ōwakudani (大涌谷lett: grande valle bollente) è il risultato dell’eruzione esplosiva del monte Kamiyama, avvenuta circa 3000 anni fa. Il perimetro della vallata corrisponde a ciò che resta del cratere, e qui si trovano le sorgenti di vapore sulfureo che forniscono acqua a tutti i centri termali che rendono famosa Hakone.

sorgenti solforose

Invece di prendere la comoda funivia, ci siamo inerpicati sul pendio lungo il sentiero turistico che parte dalle terme per arrivare fino alla cima, dove tra vapori puzzolenti e scenari apocalittici – una specie di incrocio tra Mordor e la città del ferro de “la principessa Mononoke”, tanto che in antichità questo posto era considerato un fotogramma dell’inferno – abbiamo assaggiato le famose kurotamago (黒玉子) ovvero le uova nere che vengono cucinate in un baracchino tra le sorgenti. Si tratta di normalissime uova sode lasciate bollire nell’acqua sulfurea, che rende il guscio color carbone.

kurotamago, le uova nere di Hakone

La leggenda vuole che per ogni uovo mangiato la propria vita si allunghi di 7 anni e il baracchino vende sacchetti di  5 uova a 500 yen, il che significa 35 anni ad ogni visitatore. Mica male!

Inoltre Hakone ospita uno dei 53 Sekisho 関所,  punti di ispezione posti lungo la Tōkaidō durante gli albori del periodo Edo. Quello di Hakone in particolare venne costruito nel  1619 come punto di controllo per le “armi in entrata e donne in uscita (secondo il mio opuscolo)” ovvero per prevenire l’ingresso di armi nella regione del Kanto e per impedire alle mogli degli ufficiali di lasciare la città, con particolare attenzione per queste ultime, in quanto vigeva la legge che le mogli e i figli dei daimyo (i lord feudali) dovessero  per forza risiedere a Edo.

Ōbansho, la stanza principale dove venivano eseguite le ispezioni

In genere il personale era composto da un controllore responsabile, uno di supporto, delle guardie e una quindicina di sottoufficiali, nonché un corpo di ufficiali donne (人見女Hitomionna) che avevano il compito di ispezionare le viaggiatrici.

Stazioni di controllo come queste svolsero il loro compito per tutto il periodo Edo, ma con l’inizio dell’epoca Meiji il passaggio di persone e merci venne liberalizzato ed esse caddero in declino insieme al sistema del bakufu.

Ah, e come non menzionare le immense distese di ススキ (susuki, ovvero l’erba delle pampas giapponese). Hakone possiede una vasta area acquitrinosa chiamata Sengokuhara, desigata tesoro naturale nazionale e ospitante non solo rare specie di fiori, ma appunto una delle più grandi superfici occupate da questo tipo di pianta. Una piccola curiosità: nella storia dell’arte, la raffigurazione dell’erba delle pampas era un richiamo alla peluria pubica femminile.

erba delle pampas dal finestrino dell'autobus

Mi rendo conto che questo spazio giace in un atroce stato di abbandono per la maggior parte del tempo, ma tra esami parziali di metà semestre, esame di proficiency e ondate di compiti ho avuto solo tempo di dimostrare quanto sia una まじめな学生 – non ve lo traduco neanche che tanto non ci crede nessuno.

Alla Tokai è già Natale, con luminarie sparse tra gli alberi del campus e un bell’albero decorato piazzato vicino alla copia della sirenetta di Copenhagen (non fate domande, questo non ve lo so proprio spiegare) e l’atmosfera che si respira oscilla tra profumo di vacanze e la frustrazione per le due settimane piene di esami che mancano per raggiungerle, ma data l’abnorme quantità di party e di alcol che si prospetta da qui in poi, conto che questi giorni passino piuttosto in fretta, e ci capiamo signora mia!

Sopravvivere a un festival: si può.

preparativi per concerti che era meglio di no

I primi quattro giorni di novembre si è tenuto alla Tokai Daigaku l’annuale festival della fondazione dell’università (建学際 kengakusai), giunto alla sua cinquantasettesima edizione. Si tratta dell’evento più importante dell’anno qui alla Tokai, durante il quale all’interno degli svariati edifici dell’università si tengono seminari, mostre, incontri di presentazione dei numerosi club, ma soprattutto i due lunghissimi vialoni principali dell’intero campus vengono letteralmente invasi da bancarelle di cibo asiatico e non a prezzi più che stracciati (soprattutto durante l’ultimo giorno, in cui la sottoscritta si è ingozzata che manco Pannella dopo l’ennesimo sciopero della fame).

lo stand italiano verso l'esaurimento scorte

Il  Festival cade a cavallo della festa nazionale giapponese del 3 novembre, ovvero il 文化の日giorno della cultura. In origine la festività aveva il nome di 天長節 tencho-setsu, ovvero la celebrazione del giorno di nascita dell’imperatore di epoca Meiji, Mutsuhito. Dopo la sua morte, la costituzione giapponese nel 1946 dichiarò il 3 novembre “giorno della cultura”: si tratta di una festa nazionale dedicata alla libertà e alla pace, in cui vengono promossi eventi culturali, manifestazioni artistiche e si presentano i nuovi progetti universitari.

Quest’anno  il Festival ha tenuto impegnati nella sua organizzazione studenti giapponesi, studenti stranieri, cervelli, portafogli, madonne e via dicendo.

Partendo dal presupposto che lo staff nipponico ci ha deliberatamente trascinato in questo evento con mefistofelica astuzia la seconda sera dopo il nostro arrivo in Giappone quando, ancora totalmente sfatti dal fuso orario,  abbiamo accettato di firmare dei moduli su cui da qualche parte stava scritto di consegnare anche l’anima (o, vedendola dall’altra prospettiva, non capendo quasi una parola del velocissimo sproloquio propinatoci abbiamo posto la resistenza di una porta spalancata), ci trovammo seduti ad un tavolo con sei o sette giapponesi che parlavano fitto fitto chiedendoci di compilare moduli in cui scrivere la ricetta di pizza, gnocchi al pomodoro e crostata e liste di ingredienti da procurarci per sfamare orde di famiglie e studenti in libera uscita.

ingrediente segreto: sudore e sangue

Nonostante le proverbiali camicie sudate – nel senso più letterale possibile del termine – tra i fornelli delle cucine e angeli in colonna tirati giù a suon di stanchissimi improperi, lo stand italiano ha riscosso un abbastanza prevedibile ma quanto mai clamoroso successo, tra parole napoletane urlate a casaccio in mezzo a giapponese onorifico buttato sulla folla (いらっしゃいませ!イタリア料理いかがですか? benvenuti, che ne direste di un po’ di cucina italiana?), vecchi giapponesi dall’aria indignata che puntano il dito contro i gaijin coi piercing (per chi non lo sapesse, la parola 外人gaijin – straniero – ha ancora una forte denotazione razzista, rispetto al neutrale 外国人gaikokujin, persona di un altro paese) e amichevole competizione coi compagni tedeschi della bancarella accanto.

provetti ed infaticabili venditori

Poiché gli stand stranieri hanno chiuso con un giorno di anticipo, l’ultimo giorno del festival è stato decisamente più piacevole e all’insegna dell’avanscoperta di quanto non si era riusciti a vedere – e mangiare! – nei tre giorni precedenti causa chilometriche code alla nostra bancarella in perfetto stile ufficio postale italiano all’ora di punta, con tanto di schiaffo in faccia alle tanto decantate buone maniere giapponesi , se mi è concesso fare un appunto. Lungo i vialoni ragazzi e ragazze con invitanti cartelli ci accalappiavano verso i loro stand, mentre di fronte agli edifici si esibivano gruppi di ballerini di danza moderna con la scioltezza di una colata di cemento e performer di danze tradizionali molto più coordinati e coinvolgenti. tralascio qualsiasi commento sui gruppi musicali che hanno stuprato in ogni orifizio canzoni della scena rock mondiale con il loro pessimo inglese e una combinazione di esercizio-talento non proprio bilanciata (azzarderei un 80-20%).

non sono riuscita a capire che danza fosse ma erano davvero bravi

Dopo un pranzo a base di okonomiyaki, takoyaki, banane al cioccolato e schifezze varie saccheggiate dagli stand asiatici, il festival si è concluso intorno alle 19, quando uno spettacolo di centinaia – senza esagerare – di fuochi artificiali ha illuminato il cielo di una cinquantina di studenti alcol-muniti sdraiati sul tetto del dormitorio maschile. Ci tengo a informarvi che tale spettacolo è conforme al prestigio della Tokai Daigaku e, in quanto tale, pare non si badi a spese: circa 6 milioni di yen (60.000 euro) sono esplosi in petardi colorati e nuvole di fumo proprio davanti ai nostri occhi.

Dalla Tokai è tutto, domani si va in gita con l’università ad Hakone tra musei all’aperto, hiking tra i boschi fino al vulcano, templi e un tempo che promette di far piovere cani e gatti.

Vi sto che anche qui è finalmente iniziato l’autunno e che ci stanno insegnando a scrivere haiku, vi lascio proprio con uno di questi:

鯉つどりおり

秋しずかに

むきむきにおり。

Le carpe si radunano. In silenzio, l’autunno avanza in ogni direzione.

Di templi e culi sodi

Terzo appuntamento di questo povero diario abbandonato a sé stesso tra polvere e ragnatele cibernetiche, ed anche stavolta si parla di cultura. E di due giovini filo nipponici che sono andati a toccare con mano tutto ciò che potevano.

Per ragioni a me ancora del tutto ignote, per tutti gli studenti di lingua giapponese lo scorso giovedì era vacanza,  indi per cui la sottoscritta ed il suo fedele compagno di avventure che iniziano – ma anche finiscono, a volte – all’alba (noto ai più come Paolo), armati di occhiaie, scarpe totalmente inadatte a ciò che li attendeva e una lonely planet rivelatasi poco più che inutile, hanno posato le chiappe sul primo dei tre treni della mattinata.

Destinazione: 鎌倉 Kamakura .

percorso di hicking (gentile concessione di Paolo fregonese)

percorso di hicking (gentile concessione di Paolo fregonese)

Piano della giornata: una volta giunti a Kita-Kamakura, dopo una breve tappa all’円覚寺(Engakuji), avremmo fatto trekking attraverso i boschi verso il 大仏 Daibutsu (il Grande Buddha di Kamakura), passando per un piccolo santuario a metà strada.

Mi sembra superfluo dire che tra il farsi l’immagine mentale di una passeggiata tra i boschi e farsi tre chilometri e mezzo in salita su sentieri ricavati dalle radici degli alberi ce ne passa di acqua sotto ai ponti.

Aprendo il sipario culturale, spendo due righe – al posto dell’ora e passa reale – per l’Engakuji, uno dei cinque templi zen della scuola Rinzai.

San-mon, l'ingresso al tempio ricostruito alla fine del 700

Il tempio venne fondato nel 1282 dal monaco Zen Mugaku Sogen (conosciuto anche come Bukko Kokushi) per commemorare i caduti nelle due grandi battaglie contro l’invasione mongola che il Giappone aveva dovuto affrontare in quegli anni.

Si dice che i caratteri 円覚 del nome si riferiscano al 円覚経 (Engaku-Kyo Sutra), che venne sepolto all’interno del perimetro dell’edificio, in uno dei giardini, e delle sue imponenti dimensioni non restano che delle ricostruzioni posteriori, come il San-mon, l’ingresso in legno ricostruito nel 1780. Un tempo nell’area si trovavano oltre 40 templi minori, che a causa di numerosi incendi nel corso dei secoli si sono ridotti a 17, di cui la maggior parte purtroppo non è aperta al pubblico.

Affascinati dalla bellezza dell’edificio e dell’ambiente circostante,  e affettuosamente importunati da alcuni bambini delle elementari che, con un enorme quaderno davanti, ci facevano domande in inglese e ci chiedevano fotografie insieme, siamo partiti in ritardo sulla tabella di marcia imbattendoci nel 浄智寺(Jochiji),  un altro dei cinque templi zen di Kamakura, fondato nella penultima decade del XIII secolo e considerato patrimonio storico nazionale. La struttura in sé non è molto grande, ma l’atmosfera che si respira attraversando il suo portale immerso nel verde riporta indietro di centinaia di anni molto più che l’imponente Engakuji.

Da qui inizia il Sentiero del Daibutsu, che si snoda attraverso salite, foreste, viste mozzafiato e polmoni abbandonati tra le sterpaglie.

il momento in cui mi sono chiesta "perchè?"

Seguendo misteriose indicazioni sparse nel folto del bosco, i nostri eroi si inerpicano su ripide salite, terreno scivoloso dalla pioggia della notte prima e gradini naturali formati dalle radici degli alberi, in alcuni casi aiutati da qualche paletto che più che altro serve a far inciampare e a smagliare collant.

Dopo 500 metri e un paio di chili in meno, ci fermiamo a riposare insieme a una comitiva di anziani arrampicatori al piccolo santuario di 葛原ケ岡神社(Kuzuharagaoka-jinja), parte del bel 源氏山公園(Genjiyama-Koen), in cui torreggia maestosa la statua di Minamoto no Yoritomo, lo shōgun che fondò il primo bakufu (幕府, governo militare) del Giappone.

Minamoto no Yoritomo

Dopo una pausa foto e rifornimento di liquidi agli onnipresenti distributori di bevande (di cui la mia collega esploratrice del Kyushu ha abbondantemente parlato qui), il trekking bucolico prosegue all’insegna del sudore e dei brontolii di stomaco risonanti nell’eco tranquilla della collina.

Così, fradici ed affamati, i nostri ritornano nella civiltà appena giungono di fronte all’ingresso del Daibutsu, optando per un veloce pranzo che gli permetterà di avere le energie sufficienti per emanare gridolini di dubbia origine umana alla vista della gigantesca statua.

Pur essendo famosa per il gelato alle patate dolci, Kamakura  – o almeno la zona del Daibutsu – offre ben poco in quanto a piatti sostanziosi a prezzi accessibili, indi per cui ci si accontenta di un frugale nikuman (o baoz, o panino cotto al vapore ripieno di carne) e di frutta comprata al mercato.

Ed  infine, il premio per i nostri sforzi e per le bestemmie lasciate sulla via.

morire dentro e sorridere nelle foto - si può!

Il Daibutsu è la seconda statua del Buddha più grande del Giappone dopo quella di Nara, è costruita in bronzo e alta oltre 11 metri, raffigurante il Buddha Amida Nyorai, ed è designata come tesoro nazionale giapponese. Pare che la sua costruzione sia stata fortemente voluta da Minamoto no Yoritomo e sua moglie, ed il monaco Joko viaggiò per l’intero paese con lo scopo di raccogliere fondi per la sua realizzazione.

La statua si trova all’aperto, stagliandosi contro un cielo immenso e uno sfondo di colline, ma fino al XV secolo, quando uno tsunami spazzò via la sala che la ospitava, era contenuta all’interno del tempio.

Dopo un servizio fotografico che neanche i paparazzi a Vieri in spiaggia, proseguiamo per l’ultima tappa culturale della giornata, leggasi 長谷寺, Hase-dera.  Perdendoci almeno un paio di volte come da copione, raggiungiamo questo tempio situato – ma no?! – su una collina che ci offre una ripida rampa di scale e la possibilità di nuove blasfemie creative.

Questo tempio è uno dei più famosi del Kantō, ed uno dei principali luoghi di culto per il bodhisattva Jizō, protettore delle anime dei 水子mizuko (bambini d’acqua), defunti a causa di una gravidanza difficile o di un aborto: appena finita la scalinata principale, migliaia di statuette di Jizō circondano l’area intorno sulle pareti di roccia, intorno ad uno specchio d’acqua e ad un piccolo altare.

statuette di Jizo - particolare

Inoltre il tempio è famoso per ospitare una statua di 十一面観音Kannon Juichimen (dagli 11 volti), esposta su sfondo rosso nella Kannon-do (sala di Kannon), e si ritiene sia la più alta suatua giapponese derivante da un unico pezzo di legno.

Purtroppo le fotografie non erano consentite all’ingresso della sala, e questo sarà un altro mio grande rimpianto insieme al Buddha di Giada di Shanghai.

Per finire in bellezza la giornata, i paladini dalle facce sfatte e le suole sfondate trascinano le loro disordinate membra sulla spiaggia di Yuigahama – che si rivela essere una copia bella e buona del Lido di Venezia, solo con venticinque corvi grandi come bovini invece di gabbiani con l’occhietto vispo cerchiato di rosso.

Una volta ritornati nella sperduta Kitakaname, dopo aver acquisito lo speciale superpotere giapponese di svegliarsi magicamente alla fermata giusta ad ogni cambio di treno, i paladini si rendono conto non solo di aver visto solo la metà delle attrazioni culturali di Kamakura, ma anche di avere davanti a sé l’ennesima salita prima di arrivare all’università e tutto il campus da attraversare prima di arrivare ai tanto agognati dormitori.

E con la sabbia nelle scarpe, il Buddha ancora negli occhi e la voglia di vivere di una lontra zoppa,  due figure strascicano le loro ombre su per l’ennesima collina, tra il bentornato delle cicale e il sogno di una doccia.

Bonbori Matsuri

Fermo restando che uno straccio di idea ci ha messo ben quattro giorni a venire a bussarmi alle tempie, inaugurando questo spazio con un po’ di cultura locale mi paro un po’ il deretano per eventuali  – per non dire quasi certi – futuri argomenti di non così elevata natura (leggasi potenziali sbronze in bettolacce della periferia di Tokyo o le illegali dimensioni degli insetti in questa sperduta periferia giapponese).

Il Bonbori Matsuri (ぼんぼり祭り) è una festività estiva giapponese che vede le sue origini intorno alla fine degli anni 30, in un periodo di inasprimento politico e di ristagno letterario e artistico del Giappone. In questo periodo, un gruppo di artisti (tra i quali spicca il nome di Yasunari Kawabata) decide di impegnarsi per riportare alla luce colore e cultura, e nell’agosto del 1938 a Kamakura questa idea prende la forma di quello che oggi continua ad essere il Bonbori Matsuri, la festa delle lanterne, dove centinaia di lanterne vengono dipinte a mano da artisti famosi, emergenti o del tutto improvvisati.

Le luminarie giapponesi occupano una parte abbastanza significativa nelle arti decorative nipponiche e variano in forma, dimensioni e significati.

Nello specifico, i bonbori sono tipiche lanterne di carta dalla forma esagonale utilizzate proprio nelle festività. Durante il festival di Kamakura questi lumi venivano sia trasportati sia appesi a un filo e sistemate intorno all’androne dell’edificio principale del santuario.

Al giorno d’oggi invece abbandonano la caratteristica forma esagonale per adottarne una molto più squadrata; inoltre non vengono più appese in alto, ma posizionate in cima a pali di legno sui quali, subito al di sotto della lanterna, viene applicata una targhetta con il nome dell’artista.

Immagini, poemi e decorazioni sono dei più disparati, tutti dipinti su carta tradizionale giapponese (和紙 washi) ricavata dall’albero del gelso e resistente all’acqua – a differenza dei disegni, motivo per cui i bonbori da me fotografati sono ricoperti da una pellicola protettiva di cellophane, dato il maltempo previsto per la serata.

Il momento più emozionante del festival è l’accensione delle lanterne da parte delle miko, le giovani donne che lavorano nei santuari shintoisti. Alle cinque del pomeriggio, dalla sala principale del santuario viene portata una cassetta di legno contenente una candela che simboleggia il “fuoco dell’anima” e le miko procedono all’accensione delle candele presenti all’interno dei singoli bonbori, una alla volta, in modo che la sacralità del fuoco passi dalla candela principale alle sorelle chiuse nelle lanterne.

Una volta terminato il compito, la candela viene riportata nel santuario e la festa ha davvero inizio.

Il Matsuri a cui ho partecipato si tiene la seconda settimana di settembre all’Hiratsuka Hachimangu, il santuario della cittadina in cui vivo e vivrò per i prossimi cinque mesi.

Tutto qui trasuda odore di sagra di campagna, con bancarelle, intrattenimenti e un sacco di famiglie con nonni e bambini.

Un’enorme banco centrale pullula di simpatici nonnini con indosso i tipici yukata che preparano bastoncini di yakitori (pollo scottato e grigliato al momento) e piatti di yakisoba (spaghetti saltati in padella con verdure) a prezzi più che popolari, dispensano bicchieri di sake e offrono granite tutto ghiaccio e colorante insapore – tanto che alla domanda “che sapore hanno?” la risposta sorridente e sdentata è stata “giallo, rosso e blu”. Sotto uno stand a fianco, due vasche di pesci rossi e neri e una piccola folla di bambini che si affanna per cercare di tirarli su con il retino piatto che tutti avrete visto almeno una volta nei cartoni animati.

All’interno del perimetro dell’edificio principale, su un palco allestito apposta per l’occasione, delle bambine in kimono si esibiscono in danze tradizionali davanti a un pubblico di genitori, parenti e curiosi. Da sole o in gruppo, queste piccole bambole non sbagliano uno dei ritmici e intricati passi da coordinare al movimento delle mani o dei ventagli, e starle a guardare è un incanto che ti rapisce verso epoche lontane.

A fine serata, gli unici cinque stranieri presenti alla festa si accaparrano un omikuji, il tradizionale porta fortuna, che qui viene venduto per una modica cifra (i manufatti con ricamato il nome del posto) o in cambio un’offerta al santuario (i più sfigatelli, meno elaborati)– noi poveri squattrinati scegliamo la seconda opzione, e con gioia porto a casa un portafortuna dal colore verde  (salute, concentrazione, studio) che andrà appeso al mio portafogli, come bisogna fare nel caso in cui la predizione scritta nel bigliettino che lo accompagna sia di vostro gradimento. In caso contrario, il piccolo oggetto andrà riportato al santuario e appeso, pregando le divinità affinché non si avveri ciò che c’è scritto sul foglietto.