Meglio tardi che la rondine nell’occhio del vicino

Hakone - percorso della gita

Hakone 箱根 è principalmente conosciuta per le sue numerose sorgenti termali (diciassette; una tra tutte Hakone-Yumoto) e per essere stata una 宿場 (shukuba, “città-sosta” per i viandanti) lungo la Tōkaidō, la strada che un tempo collegava Edo, l’antica Tokyo, a Kyoto. Un altro dei motivi che la rendono famosa a giapponesi ed occidentali è il parco nazionale di Fuji-Hakone-Izu, immensa area naturalistica protetta che comprende il monte Fuji ed i cinque laghi circostanti, tutta Hakone, la penisola di Izu e le isolette collegate.

Tuttavia durante la nostra gita scolastica non abbiamo visto nulla di tutto ciò perché, come è già stato detto qui, i viaggi organizzati in Giappone sono una penosa rincorsa all’attrazione, dove vederla ed esserci stato, non importa per quanto, conta più dell’assaporarne le emozioni, capirne il significato o semplicemente visitarla a fondo.

 In mezza giornata, pausa pranzo esclusa, il programma prevedeva:

  • Visita al museo all’aperto di Hakone
  • Hiking lungo i resti del pendio del vulcano con visita alle sorgenti di zolfo
  • Visita alla Hakone Sekisho, un’antica stazione di posta di periodo Edo.

Costruito nel 1969, il museo all’aperto è una delle principali attrazioni culturali dell’area (insieme al museo del Piccolo Principe, che andrò a visitare la prossima settimana) e consiste in un immenso parco in cui sono dislocate sculture di varia fattura e provenienza, ma principalmente astratte, concettuali o semplicemente moderne.

la mia statua preferita

Non c’è un vero e proprio percorso da seguire, ogni visitatore è libero di scegliere il proprio sentiero e perdersi in mezzo ai giardini o di seguire i cartelli fino a giungere all’edificio che ospita una collezione permanente di Picasso, dove sono esposte principalmente sculture, vasellame, schizzi e disegni decisamente sconosciuti dell’artista spagnolo. Nota positiva per la serie di fotografie di David Douglas Duncan, che ritraggono Picasso nel suo studio in momenti di quotidiana creatività.

All’interno dei giardini poi si trova un 足湯 (ashi yu) ovvero un pediluvio gratuito in acque termali a circa 40°C di temperatura…particolarmente piacevole l’aroma dato dai mandarini immersi nell’acqua.

 pediluvio caldo - la goduria

La seconda tappa è la valle vulcanica. Ōwakudani (大涌谷lett: grande valle bollente) è il risultato dell’eruzione esplosiva del monte Kamiyama, avvenuta circa 3000 anni fa. Il perimetro della vallata corrisponde a ciò che resta del cratere, e qui si trovano le sorgenti di vapore sulfureo che forniscono acqua a tutti i centri termali che rendono famosa Hakone.

sorgenti solforose

Invece di prendere la comoda funivia, ci siamo inerpicati sul pendio lungo il sentiero turistico che parte dalle terme per arrivare fino alla cima, dove tra vapori puzzolenti e scenari apocalittici – una specie di incrocio tra Mordor e la città del ferro de “la principessa Mononoke”, tanto che in antichità questo posto era considerato un fotogramma dell’inferno – abbiamo assaggiato le famose kurotamago (黒玉子) ovvero le uova nere che vengono cucinate in un baracchino tra le sorgenti. Si tratta di normalissime uova sode lasciate bollire nell’acqua sulfurea, che rende il guscio color carbone.

kurotamago, le uova nere di Hakone

La leggenda vuole che per ogni uovo mangiato la propria vita si allunghi di 7 anni e il baracchino vende sacchetti di  5 uova a 500 yen, il che significa 35 anni ad ogni visitatore. Mica male!

Inoltre Hakone ospita uno dei 53 Sekisho 関所,  punti di ispezione posti lungo la Tōkaidō durante gli albori del periodo Edo. Quello di Hakone in particolare venne costruito nel  1619 come punto di controllo per le “armi in entrata e donne in uscita (secondo il mio opuscolo)” ovvero per prevenire l’ingresso di armi nella regione del Kanto e per impedire alle mogli degli ufficiali di lasciare la città, con particolare attenzione per queste ultime, in quanto vigeva la legge che le mogli e i figli dei daimyo (i lord feudali) dovessero  per forza risiedere a Edo.

Ōbansho, la stanza principale dove venivano eseguite le ispezioni

In genere il personale era composto da un controllore responsabile, uno di supporto, delle guardie e una quindicina di sottoufficiali, nonché un corpo di ufficiali donne (人見女Hitomionna) che avevano il compito di ispezionare le viaggiatrici.

Stazioni di controllo come queste svolsero il loro compito per tutto il periodo Edo, ma con l’inizio dell’epoca Meiji il passaggio di persone e merci venne liberalizzato ed esse caddero in declino insieme al sistema del bakufu.

Ah, e come non menzionare le immense distese di ススキ (susuki, ovvero l’erba delle pampas giapponese). Hakone possiede una vasta area acquitrinosa chiamata Sengokuhara, desigata tesoro naturale nazionale e ospitante non solo rare specie di fiori, ma appunto una delle più grandi superfici occupate da questo tipo di pianta. Una piccola curiosità: nella storia dell’arte, la raffigurazione dell’erba delle pampas era un richiamo alla peluria pubica femminile.

erba delle pampas dal finestrino dell'autobus

Mi rendo conto che questo spazio giace in un atroce stato di abbandono per la maggior parte del tempo, ma tra esami parziali di metà semestre, esame di proficiency e ondate di compiti ho avuto solo tempo di dimostrare quanto sia una まじめな学生 – non ve lo traduco neanche che tanto non ci crede nessuno.

Alla Tokai è già Natale, con luminarie sparse tra gli alberi del campus e un bell’albero decorato piazzato vicino alla copia della sirenetta di Copenhagen (non fate domande, questo non ve lo so proprio spiegare) e l’atmosfera che si respira oscilla tra profumo di vacanze e la frustrazione per le due settimane piene di esami che mancano per raggiungerle, ma data l’abnorme quantità di party e di alcol che si prospetta da qui in poi, conto che questi giorni passino piuttosto in fretta, e ci capiamo signora mia!

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Di templi e culi sodi

Terzo appuntamento di questo povero diario abbandonato a sé stesso tra polvere e ragnatele cibernetiche, ed anche stavolta si parla di cultura. E di due giovini filo nipponici che sono andati a toccare con mano tutto ciò che potevano.

Per ragioni a me ancora del tutto ignote, per tutti gli studenti di lingua giapponese lo scorso giovedì era vacanza,  indi per cui la sottoscritta ed il suo fedele compagno di avventure che iniziano – ma anche finiscono, a volte – all’alba (noto ai più come Paolo), armati di occhiaie, scarpe totalmente inadatte a ciò che li attendeva e una lonely planet rivelatasi poco più che inutile, hanno posato le chiappe sul primo dei tre treni della mattinata.

Destinazione: 鎌倉 Kamakura .

percorso di hicking (gentile concessione di Paolo fregonese)

percorso di hicking (gentile concessione di Paolo fregonese)

Piano della giornata: una volta giunti a Kita-Kamakura, dopo una breve tappa all’円覚寺(Engakuji), avremmo fatto trekking attraverso i boschi verso il 大仏 Daibutsu (il Grande Buddha di Kamakura), passando per un piccolo santuario a metà strada.

Mi sembra superfluo dire che tra il farsi l’immagine mentale di una passeggiata tra i boschi e farsi tre chilometri e mezzo in salita su sentieri ricavati dalle radici degli alberi ce ne passa di acqua sotto ai ponti.

Aprendo il sipario culturale, spendo due righe – al posto dell’ora e passa reale – per l’Engakuji, uno dei cinque templi zen della scuola Rinzai.

San-mon, l'ingresso al tempio ricostruito alla fine del 700

Il tempio venne fondato nel 1282 dal monaco Zen Mugaku Sogen (conosciuto anche come Bukko Kokushi) per commemorare i caduti nelle due grandi battaglie contro l’invasione mongola che il Giappone aveva dovuto affrontare in quegli anni.

Si dice che i caratteri 円覚 del nome si riferiscano al 円覚経 (Engaku-Kyo Sutra), che venne sepolto all’interno del perimetro dell’edificio, in uno dei giardini, e delle sue imponenti dimensioni non restano che delle ricostruzioni posteriori, come il San-mon, l’ingresso in legno ricostruito nel 1780. Un tempo nell’area si trovavano oltre 40 templi minori, che a causa di numerosi incendi nel corso dei secoli si sono ridotti a 17, di cui la maggior parte purtroppo non è aperta al pubblico.

Affascinati dalla bellezza dell’edificio e dell’ambiente circostante,  e affettuosamente importunati da alcuni bambini delle elementari che, con un enorme quaderno davanti, ci facevano domande in inglese e ci chiedevano fotografie insieme, siamo partiti in ritardo sulla tabella di marcia imbattendoci nel 浄智寺(Jochiji),  un altro dei cinque templi zen di Kamakura, fondato nella penultima decade del XIII secolo e considerato patrimonio storico nazionale. La struttura in sé non è molto grande, ma l’atmosfera che si respira attraversando il suo portale immerso nel verde riporta indietro di centinaia di anni molto più che l’imponente Engakuji.

Da qui inizia il Sentiero del Daibutsu, che si snoda attraverso salite, foreste, viste mozzafiato e polmoni abbandonati tra le sterpaglie.

il momento in cui mi sono chiesta "perchè?"

Seguendo misteriose indicazioni sparse nel folto del bosco, i nostri eroi si inerpicano su ripide salite, terreno scivoloso dalla pioggia della notte prima e gradini naturali formati dalle radici degli alberi, in alcuni casi aiutati da qualche paletto che più che altro serve a far inciampare e a smagliare collant.

Dopo 500 metri e un paio di chili in meno, ci fermiamo a riposare insieme a una comitiva di anziani arrampicatori al piccolo santuario di 葛原ケ岡神社(Kuzuharagaoka-jinja), parte del bel 源氏山公園(Genjiyama-Koen), in cui torreggia maestosa la statua di Minamoto no Yoritomo, lo shōgun che fondò il primo bakufu (幕府, governo militare) del Giappone.

Minamoto no Yoritomo

Dopo una pausa foto e rifornimento di liquidi agli onnipresenti distributori di bevande (di cui la mia collega esploratrice del Kyushu ha abbondantemente parlato qui), il trekking bucolico prosegue all’insegna del sudore e dei brontolii di stomaco risonanti nell’eco tranquilla della collina.

Così, fradici ed affamati, i nostri ritornano nella civiltà appena giungono di fronte all’ingresso del Daibutsu, optando per un veloce pranzo che gli permetterà di avere le energie sufficienti per emanare gridolini di dubbia origine umana alla vista della gigantesca statua.

Pur essendo famosa per il gelato alle patate dolci, Kamakura  – o almeno la zona del Daibutsu – offre ben poco in quanto a piatti sostanziosi a prezzi accessibili, indi per cui ci si accontenta di un frugale nikuman (o baoz, o panino cotto al vapore ripieno di carne) e di frutta comprata al mercato.

Ed  infine, il premio per i nostri sforzi e per le bestemmie lasciate sulla via.

morire dentro e sorridere nelle foto - si può!

Il Daibutsu è la seconda statua del Buddha più grande del Giappone dopo quella di Nara, è costruita in bronzo e alta oltre 11 metri, raffigurante il Buddha Amida Nyorai, ed è designata come tesoro nazionale giapponese. Pare che la sua costruzione sia stata fortemente voluta da Minamoto no Yoritomo e sua moglie, ed il monaco Joko viaggiò per l’intero paese con lo scopo di raccogliere fondi per la sua realizzazione.

La statua si trova all’aperto, stagliandosi contro un cielo immenso e uno sfondo di colline, ma fino al XV secolo, quando uno tsunami spazzò via la sala che la ospitava, era contenuta all’interno del tempio.

Dopo un servizio fotografico che neanche i paparazzi a Vieri in spiaggia, proseguiamo per l’ultima tappa culturale della giornata, leggasi 長谷寺, Hase-dera.  Perdendoci almeno un paio di volte come da copione, raggiungiamo questo tempio situato – ma no?! – su una collina che ci offre una ripida rampa di scale e la possibilità di nuove blasfemie creative.

Questo tempio è uno dei più famosi del Kantō, ed uno dei principali luoghi di culto per il bodhisattva Jizō, protettore delle anime dei 水子mizuko (bambini d’acqua), defunti a causa di una gravidanza difficile o di un aborto: appena finita la scalinata principale, migliaia di statuette di Jizō circondano l’area intorno sulle pareti di roccia, intorno ad uno specchio d’acqua e ad un piccolo altare.

statuette di Jizo - particolare

Inoltre il tempio è famoso per ospitare una statua di 十一面観音Kannon Juichimen (dagli 11 volti), esposta su sfondo rosso nella Kannon-do (sala di Kannon), e si ritiene sia la più alta suatua giapponese derivante da un unico pezzo di legno.

Purtroppo le fotografie non erano consentite all’ingresso della sala, e questo sarà un altro mio grande rimpianto insieme al Buddha di Giada di Shanghai.

Per finire in bellezza la giornata, i paladini dalle facce sfatte e le suole sfondate trascinano le loro disordinate membra sulla spiaggia di Yuigahama – che si rivela essere una copia bella e buona del Lido di Venezia, solo con venticinque corvi grandi come bovini invece di gabbiani con l’occhietto vispo cerchiato di rosso.

Una volta ritornati nella sperduta Kitakaname, dopo aver acquisito lo speciale superpotere giapponese di svegliarsi magicamente alla fermata giusta ad ogni cambio di treno, i paladini si rendono conto non solo di aver visto solo la metà delle attrazioni culturali di Kamakura, ma anche di avere davanti a sé l’ennesima salita prima di arrivare all’università e tutto il campus da attraversare prima di arrivare ai tanto agognati dormitori.

E con la sabbia nelle scarpe, il Buddha ancora negli occhi e la voglia di vivere di una lontra zoppa,  due figure strascicano le loro ombre su per l’ennesima collina, tra il bentornato delle cicale e il sogno di una doccia.