Bonbori Matsuri

Fermo restando che uno straccio di idea ci ha messo ben quattro giorni a venire a bussarmi alle tempie, inaugurando questo spazio con un po’ di cultura locale mi paro un po’ il deretano per eventuali  – per non dire quasi certi – futuri argomenti di non così elevata natura (leggasi potenziali sbronze in bettolacce della periferia di Tokyo o le illegali dimensioni degli insetti in questa sperduta periferia giapponese).

Il Bonbori Matsuri (ぼんぼり祭り) è una festività estiva giapponese che vede le sue origini intorno alla fine degli anni 30, in un periodo di inasprimento politico e di ristagno letterario e artistico del Giappone. In questo periodo, un gruppo di artisti (tra i quali spicca il nome di Yasunari Kawabata) decide di impegnarsi per riportare alla luce colore e cultura, e nell’agosto del 1938 a Kamakura questa idea prende la forma di quello che oggi continua ad essere il Bonbori Matsuri, la festa delle lanterne, dove centinaia di lanterne vengono dipinte a mano da artisti famosi, emergenti o del tutto improvvisati.

Le luminarie giapponesi occupano una parte abbastanza significativa nelle arti decorative nipponiche e variano in forma, dimensioni e significati.

Nello specifico, i bonbori sono tipiche lanterne di carta dalla forma esagonale utilizzate proprio nelle festività. Durante il festival di Kamakura questi lumi venivano sia trasportati sia appesi a un filo e sistemate intorno all’androne dell’edificio principale del santuario.

Al giorno d’oggi invece abbandonano la caratteristica forma esagonale per adottarne una molto più squadrata; inoltre non vengono più appese in alto, ma posizionate in cima a pali di legno sui quali, subito al di sotto della lanterna, viene applicata una targhetta con il nome dell’artista.

Immagini, poemi e decorazioni sono dei più disparati, tutti dipinti su carta tradizionale giapponese (和紙 washi) ricavata dall’albero del gelso e resistente all’acqua – a differenza dei disegni, motivo per cui i bonbori da me fotografati sono ricoperti da una pellicola protettiva di cellophane, dato il maltempo previsto per la serata.

Il momento più emozionante del festival è l’accensione delle lanterne da parte delle miko, le giovani donne che lavorano nei santuari shintoisti. Alle cinque del pomeriggio, dalla sala principale del santuario viene portata una cassetta di legno contenente una candela che simboleggia il “fuoco dell’anima” e le miko procedono all’accensione delle candele presenti all’interno dei singoli bonbori, una alla volta, in modo che la sacralità del fuoco passi dalla candela principale alle sorelle chiuse nelle lanterne.

Una volta terminato il compito, la candela viene riportata nel santuario e la festa ha davvero inizio.

Il Matsuri a cui ho partecipato si tiene la seconda settimana di settembre all’Hiratsuka Hachimangu, il santuario della cittadina in cui vivo e vivrò per i prossimi cinque mesi.

Tutto qui trasuda odore di sagra di campagna, con bancarelle, intrattenimenti e un sacco di famiglie con nonni e bambini.

Un’enorme banco centrale pullula di simpatici nonnini con indosso i tipici yukata che preparano bastoncini di yakitori (pollo scottato e grigliato al momento) e piatti di yakisoba (spaghetti saltati in padella con verdure) a prezzi più che popolari, dispensano bicchieri di sake e offrono granite tutto ghiaccio e colorante insapore – tanto che alla domanda “che sapore hanno?” la risposta sorridente e sdentata è stata “giallo, rosso e blu”. Sotto uno stand a fianco, due vasche di pesci rossi e neri e una piccola folla di bambini che si affanna per cercare di tirarli su con il retino piatto che tutti avrete visto almeno una volta nei cartoni animati.

All’interno del perimetro dell’edificio principale, su un palco allestito apposta per l’occasione, delle bambine in kimono si esibiscono in danze tradizionali davanti a un pubblico di genitori, parenti e curiosi. Da sole o in gruppo, queste piccole bambole non sbagliano uno dei ritmici e intricati passi da coordinare al movimento delle mani o dei ventagli, e starle a guardare è un incanto che ti rapisce verso epoche lontane.

A fine serata, gli unici cinque stranieri presenti alla festa si accaparrano un omikuji, il tradizionale porta fortuna, che qui viene venduto per una modica cifra (i manufatti con ricamato il nome del posto) o in cambio un’offerta al santuario (i più sfigatelli, meno elaborati)– noi poveri squattrinati scegliamo la seconda opzione, e con gioia porto a casa un portafortuna dal colore verde  (salute, concentrazione, studio) che andrà appeso al mio portafogli, come bisogna fare nel caso in cui la predizione scritta nel bigliettino che lo accompagna sia di vostro gradimento. In caso contrario, il piccolo oggetto andrà riportato al santuario e appeso, pregando le divinità affinché non si avveri ciò che c’è scritto sul foglietto.