Di templi e culi sodi

Terzo appuntamento di questo povero diario abbandonato a sé stesso tra polvere e ragnatele cibernetiche, ed anche stavolta si parla di cultura. E di due giovini filo nipponici che sono andati a toccare con mano tutto ciò che potevano.

Per ragioni a me ancora del tutto ignote, per tutti gli studenti di lingua giapponese lo scorso giovedì era vacanza,  indi per cui la sottoscritta ed il suo fedele compagno di avventure che iniziano – ma anche finiscono, a volte – all’alba (noto ai più come Paolo), armati di occhiaie, scarpe totalmente inadatte a ciò che li attendeva e una lonely planet rivelatasi poco più che inutile, hanno posato le chiappe sul primo dei tre treni della mattinata.

Destinazione: 鎌倉 Kamakura .

percorso di hicking (gentile concessione di Paolo fregonese)

percorso di hicking (gentile concessione di Paolo fregonese)

Piano della giornata: una volta giunti a Kita-Kamakura, dopo una breve tappa all’円覚寺(Engakuji), avremmo fatto trekking attraverso i boschi verso il 大仏 Daibutsu (il Grande Buddha di Kamakura), passando per un piccolo santuario a metà strada.

Mi sembra superfluo dire che tra il farsi l’immagine mentale di una passeggiata tra i boschi e farsi tre chilometri e mezzo in salita su sentieri ricavati dalle radici degli alberi ce ne passa di acqua sotto ai ponti.

Aprendo il sipario culturale, spendo due righe – al posto dell’ora e passa reale – per l’Engakuji, uno dei cinque templi zen della scuola Rinzai.

San-mon, l'ingresso al tempio ricostruito alla fine del 700

Il tempio venne fondato nel 1282 dal monaco Zen Mugaku Sogen (conosciuto anche come Bukko Kokushi) per commemorare i caduti nelle due grandi battaglie contro l’invasione mongola che il Giappone aveva dovuto affrontare in quegli anni.

Si dice che i caratteri 円覚 del nome si riferiscano al 円覚経 (Engaku-Kyo Sutra), che venne sepolto all’interno del perimetro dell’edificio, in uno dei giardini, e delle sue imponenti dimensioni non restano che delle ricostruzioni posteriori, come il San-mon, l’ingresso in legno ricostruito nel 1780. Un tempo nell’area si trovavano oltre 40 templi minori, che a causa di numerosi incendi nel corso dei secoli si sono ridotti a 17, di cui la maggior parte purtroppo non è aperta al pubblico.

Affascinati dalla bellezza dell’edificio e dell’ambiente circostante,  e affettuosamente importunati da alcuni bambini delle elementari che, con un enorme quaderno davanti, ci facevano domande in inglese e ci chiedevano fotografie insieme, siamo partiti in ritardo sulla tabella di marcia imbattendoci nel 浄智寺(Jochiji),  un altro dei cinque templi zen di Kamakura, fondato nella penultima decade del XIII secolo e considerato patrimonio storico nazionale. La struttura in sé non è molto grande, ma l’atmosfera che si respira attraversando il suo portale immerso nel verde riporta indietro di centinaia di anni molto più che l’imponente Engakuji.

Da qui inizia il Sentiero del Daibutsu, che si snoda attraverso salite, foreste, viste mozzafiato e polmoni abbandonati tra le sterpaglie.

il momento in cui mi sono chiesta "perchè?"

Seguendo misteriose indicazioni sparse nel folto del bosco, i nostri eroi si inerpicano su ripide salite, terreno scivoloso dalla pioggia della notte prima e gradini naturali formati dalle radici degli alberi, in alcuni casi aiutati da qualche paletto che più che altro serve a far inciampare e a smagliare collant.

Dopo 500 metri e un paio di chili in meno, ci fermiamo a riposare insieme a una comitiva di anziani arrampicatori al piccolo santuario di 葛原ケ岡神社(Kuzuharagaoka-jinja), parte del bel 源氏山公園(Genjiyama-Koen), in cui torreggia maestosa la statua di Minamoto no Yoritomo, lo shōgun che fondò il primo bakufu (幕府, governo militare) del Giappone.

Minamoto no Yoritomo

Dopo una pausa foto e rifornimento di liquidi agli onnipresenti distributori di bevande (di cui la mia collega esploratrice del Kyushu ha abbondantemente parlato qui), il trekking bucolico prosegue all’insegna del sudore e dei brontolii di stomaco risonanti nell’eco tranquilla della collina.

Così, fradici ed affamati, i nostri ritornano nella civiltà appena giungono di fronte all’ingresso del Daibutsu, optando per un veloce pranzo che gli permetterà di avere le energie sufficienti per emanare gridolini di dubbia origine umana alla vista della gigantesca statua.

Pur essendo famosa per il gelato alle patate dolci, Kamakura  – o almeno la zona del Daibutsu – offre ben poco in quanto a piatti sostanziosi a prezzi accessibili, indi per cui ci si accontenta di un frugale nikuman (o baoz, o panino cotto al vapore ripieno di carne) e di frutta comprata al mercato.

Ed  infine, il premio per i nostri sforzi e per le bestemmie lasciate sulla via.

morire dentro e sorridere nelle foto - si può!

Il Daibutsu è la seconda statua del Buddha più grande del Giappone dopo quella di Nara, è costruita in bronzo e alta oltre 11 metri, raffigurante il Buddha Amida Nyorai, ed è designata come tesoro nazionale giapponese. Pare che la sua costruzione sia stata fortemente voluta da Minamoto no Yoritomo e sua moglie, ed il monaco Joko viaggiò per l’intero paese con lo scopo di raccogliere fondi per la sua realizzazione.

La statua si trova all’aperto, stagliandosi contro un cielo immenso e uno sfondo di colline, ma fino al XV secolo, quando uno tsunami spazzò via la sala che la ospitava, era contenuta all’interno del tempio.

Dopo un servizio fotografico che neanche i paparazzi a Vieri in spiaggia, proseguiamo per l’ultima tappa culturale della giornata, leggasi 長谷寺, Hase-dera.  Perdendoci almeno un paio di volte come da copione, raggiungiamo questo tempio situato – ma no?! – su una collina che ci offre una ripida rampa di scale e la possibilità di nuove blasfemie creative.

Questo tempio è uno dei più famosi del Kantō, ed uno dei principali luoghi di culto per il bodhisattva Jizō, protettore delle anime dei 水子mizuko (bambini d’acqua), defunti a causa di una gravidanza difficile o di un aborto: appena finita la scalinata principale, migliaia di statuette di Jizō circondano l’area intorno sulle pareti di roccia, intorno ad uno specchio d’acqua e ad un piccolo altare.

statuette di Jizo - particolare

Inoltre il tempio è famoso per ospitare una statua di 十一面観音Kannon Juichimen (dagli 11 volti), esposta su sfondo rosso nella Kannon-do (sala di Kannon), e si ritiene sia la più alta suatua giapponese derivante da un unico pezzo di legno.

Purtroppo le fotografie non erano consentite all’ingresso della sala, e questo sarà un altro mio grande rimpianto insieme al Buddha di Giada di Shanghai.

Per finire in bellezza la giornata, i paladini dalle facce sfatte e le suole sfondate trascinano le loro disordinate membra sulla spiaggia di Yuigahama – che si rivela essere una copia bella e buona del Lido di Venezia, solo con venticinque corvi grandi come bovini invece di gabbiani con l’occhietto vispo cerchiato di rosso.

Una volta ritornati nella sperduta Kitakaname, dopo aver acquisito lo speciale superpotere giapponese di svegliarsi magicamente alla fermata giusta ad ogni cambio di treno, i paladini si rendono conto non solo di aver visto solo la metà delle attrazioni culturali di Kamakura, ma anche di avere davanti a sé l’ennesima salita prima di arrivare all’università e tutto il campus da attraversare prima di arrivare ai tanto agognati dormitori.

E con la sabbia nelle scarpe, il Buddha ancora negli occhi e la voglia di vivere di una lontra zoppa,  due figure strascicano le loro ombre su per l’ennesima collina, tra il bentornato delle cicale e il sogno di una doccia.

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Vita da 別科生

non per dire eh, ma guardate un po'

Sì , lo so che vi avevo promesso Shibuya, cosplayers e insetti. So anche che aggiornare con la lentezza di un dugongo che tenta una capriola non è giusto nei vostri confronti, né in quelli di quello che vorrebbe essere un blog.

Ma vi giuro, spergiuro e giurin giurella che in queste tre settimane non me ne sono stata seduta a mangiare ramen e yakisoba. O almeno, non al di fuori della pausa pranzo in quel girone dantesco che qui chissa perché si divertono a chiamare mensa.

Ed è inutile che vi presentiate alle porte del mio spazio con la faccia imbronciata e il ditino inquisitore a dirmi “ma tu sei in Giappone che figata chissà se fai cose vedi gente vedi cose ti fai gente”, qui la vita da studente richiede un impegno talmente costante e rigoroso che manco ad avere un figlio – infatti a volte mi sveglio la notte guardando i kanji sulla scrivania con l’incubo di aver dimenticato di dargli le dovute attenzioni.

Ma andiamo per gradi.

Ormai sono due settimane che posso fregiarmi del titolo di別科生, vale a dire di studentessa del corso speciale di giapponese. Ben sapendo che detta così può sembrare una forma di ghettizzazione del “diavolo bianco” in un’ala specifica dell’università, in realtà le classi sono piuttosto eterogenee riguardo ai paesi di provenienza: Europa sì, ma anche Thailandia, Cina, Corea, Mongolia, Taiwan e via dicendo.

Scendendo più nei dettagli, la sottoscritta si trova al momento al livello 4 di una scala che va da circa 10 a 1, dove il terzo e il quarto livello si equivalgono per insegnamenti, libri di testo e difficoltà, ma differiscono in quanto la classe 3 è finalizzata agli studenti stranieri che intendono immatricolarsi alla Tokai e frequentare le lezioni vere e proprie.

Detto fuori dai denti, lo trovo un livello abbastanza noioso dato che conosco la maggior parte dei kanji che dobbiamo studiare per il test del giorno dopo e la modalità di insegnamento mi ricorda troppo quella tenuta il terzo anno a Venezia – vale a dire leggere in classe, esercizi individuali o di gruppo, a volte i tanto odiati roleplay che bruciassero all’inferno loro e chi li ha inventati.

Tuttavia non me la sento di chiedere di essere trasferita alla classe due, in quanto il livello 4 (e di rimando il terzo) è una classe di preparazione apposita per l’esame di livello N2 del 日本語能力試験 (l’esame di proficiency di lingua giapponese) a cui mi sono iscritta e che intendo dare a Tokyo questo 4 dicembre, con tante condoglianze alla mia testa e al suo dolere ormai definitivamente quotidiano.

ecco i libri sui quali sto perdendo diottrie, sonno e l'ingresso in paradiso

Inoltre, per quanto mi alletti l’idea di avere ben due mattine in cui potermi svegliare alle 10 invece che alle 8, data la mole di studio e la quantità di materiale economico/politico presente, penso che avrei dei seri problemi con la mia quotidiana emicrania, che da quando sono arrivata è peggiorata e mi lascia stesa a letto almeno due ore al giorno.

E che quattro sia, quindi.

Spendendo due righe riguardo all’università che sto frequentando, a parte la cerimonia di ingresso più barocca della storia – epiteto gentile per tamarra, con tanto di banda che suonava la colonna sonora de “la Bella e la Bestia” durante l’attesa e l’intro di Odissea nello spazio quando si è alzato il sipario del palco nella sala delle celebrazioni – devo dire che questo campus è magnificamente attrezzato e, soprattutto, funzionante. Cosa non da poco, se paragonato a Ca Foscari o a qualsiasi università italiana.

Avendo accesso a tutti i servizi, noi studenti in scambio abbiamo la possibilità di iscriverci, come gli studenti regolari, in piscina e/o in palestra a costo irrisorio (500 yen per l’utilizzo di entrambe per l’intero semestre) o di utilizzare qualsiasi campo a scelta tra pallavolo, atletica, tennis, rugby, calcio e via dicendo.

Abbiamo a disposizione magnifiche biblioteche con sale studio grandi, luminose e comode, computer funzionanti e fino a 400 pagine da stampare gratuitamente, e gli addetti all’ufficio delle relazioni con gli studenti stranieri sono gentili, efficaci e competenti: roba da non dare per scontata, soprattutto se sei abituato allo standard italiano di comportamento medio da troglodita con lessico burino.

All’interno del perimetro del campus, inoltre, sono disponibili una caffetteria aperta fino alle sette con possibilità di studiare strafogandosi di bevande dai colori assurdi e dal dubbio contenuto calorico, diverse mense – di cui personalmente ho provato solo quella al primo piano dell’edificio in cui ho lezione, ma che ci rimpinza di cibi squisiti ed economici – e, la nostra piccola perla, un コンビニ (Conbini, contrattura di convenience-store): trattasi di negozi di piccole o medie dimensioni aperti 24 ore su 24 che vendono di tutto, dallo shampoo ai dolci, ai detersivi, alle riviste porno.

Da buoni studenti distrutti dalla vita sui banchi, le nostre cene si concludono spesso al conbini di turno alla ricerca della prima colazione, e con sommo gaudio posso annunciare al mondo di aver già finito la mia prima raccolta punti qui in terra nipponica, e la mia fedeltà è stata premiata con una bellissima tazza firmata リラックマ(Rirakkuma – cliccate se già non conoscete cotanta pucciosità).

Per oggi il bollettino universitario si esaurisce con questa breve introduzione generale al campus, vi lascio con la fondamentale notizia che la qui presente è finalmente riuscita a trovare della camomilla e a comprare il suo primo libro in giapponese – Alice nel paese delle meraviglie .

il mio piccolo tesoro

E poiché gli impegni per il weekend sono la festa di compleanno di Toshi domani, una festa organizzata dall’università sabato e un picnic multiculturale nei dintorni di Tokyo domenica, non aspettatevi altri aggiornamenti almeno fino al prossimo weekend. Perché, signore e signori, in tutto ciò non ho ancora finito di scrivere la tesi di laurea.

Ma stiamo lavorando per voi.

つづく

Bonbori Matsuri

Fermo restando che uno straccio di idea ci ha messo ben quattro giorni a venire a bussarmi alle tempie, inaugurando questo spazio con un po’ di cultura locale mi paro un po’ il deretano per eventuali  – per non dire quasi certi – futuri argomenti di non così elevata natura (leggasi potenziali sbronze in bettolacce della periferia di Tokyo o le illegali dimensioni degli insetti in questa sperduta periferia giapponese).

Il Bonbori Matsuri (ぼんぼり祭り) è una festività estiva giapponese che vede le sue origini intorno alla fine degli anni 30, in un periodo di inasprimento politico e di ristagno letterario e artistico del Giappone. In questo periodo, un gruppo di artisti (tra i quali spicca il nome di Yasunari Kawabata) decide di impegnarsi per riportare alla luce colore e cultura, e nell’agosto del 1938 a Kamakura questa idea prende la forma di quello che oggi continua ad essere il Bonbori Matsuri, la festa delle lanterne, dove centinaia di lanterne vengono dipinte a mano da artisti famosi, emergenti o del tutto improvvisati.

Le luminarie giapponesi occupano una parte abbastanza significativa nelle arti decorative nipponiche e variano in forma, dimensioni e significati.

Nello specifico, i bonbori sono tipiche lanterne di carta dalla forma esagonale utilizzate proprio nelle festività. Durante il festival di Kamakura questi lumi venivano sia trasportati sia appesi a un filo e sistemate intorno all’androne dell’edificio principale del santuario.

Al giorno d’oggi invece abbandonano la caratteristica forma esagonale per adottarne una molto più squadrata; inoltre non vengono più appese in alto, ma posizionate in cima a pali di legno sui quali, subito al di sotto della lanterna, viene applicata una targhetta con il nome dell’artista.

Immagini, poemi e decorazioni sono dei più disparati, tutti dipinti su carta tradizionale giapponese (和紙 washi) ricavata dall’albero del gelso e resistente all’acqua – a differenza dei disegni, motivo per cui i bonbori da me fotografati sono ricoperti da una pellicola protettiva di cellophane, dato il maltempo previsto per la serata.

Il momento più emozionante del festival è l’accensione delle lanterne da parte delle miko, le giovani donne che lavorano nei santuari shintoisti. Alle cinque del pomeriggio, dalla sala principale del santuario viene portata una cassetta di legno contenente una candela che simboleggia il “fuoco dell’anima” e le miko procedono all’accensione delle candele presenti all’interno dei singoli bonbori, una alla volta, in modo che la sacralità del fuoco passi dalla candela principale alle sorelle chiuse nelle lanterne.

Una volta terminato il compito, la candela viene riportata nel santuario e la festa ha davvero inizio.

Il Matsuri a cui ho partecipato si tiene la seconda settimana di settembre all’Hiratsuka Hachimangu, il santuario della cittadina in cui vivo e vivrò per i prossimi cinque mesi.

Tutto qui trasuda odore di sagra di campagna, con bancarelle, intrattenimenti e un sacco di famiglie con nonni e bambini.

Un’enorme banco centrale pullula di simpatici nonnini con indosso i tipici yukata che preparano bastoncini di yakitori (pollo scottato e grigliato al momento) e piatti di yakisoba (spaghetti saltati in padella con verdure) a prezzi più che popolari, dispensano bicchieri di sake e offrono granite tutto ghiaccio e colorante insapore – tanto che alla domanda “che sapore hanno?” la risposta sorridente e sdentata è stata “giallo, rosso e blu”. Sotto uno stand a fianco, due vasche di pesci rossi e neri e una piccola folla di bambini che si affanna per cercare di tirarli su con il retino piatto che tutti avrete visto almeno una volta nei cartoni animati.

All’interno del perimetro dell’edificio principale, su un palco allestito apposta per l’occasione, delle bambine in kimono si esibiscono in danze tradizionali davanti a un pubblico di genitori, parenti e curiosi. Da sole o in gruppo, queste piccole bambole non sbagliano uno dei ritmici e intricati passi da coordinare al movimento delle mani o dei ventagli, e starle a guardare è un incanto che ti rapisce verso epoche lontane.

A fine serata, gli unici cinque stranieri presenti alla festa si accaparrano un omikuji, il tradizionale porta fortuna, che qui viene venduto per una modica cifra (i manufatti con ricamato il nome del posto) o in cambio un’offerta al santuario (i più sfigatelli, meno elaborati)– noi poveri squattrinati scegliamo la seconda opzione, e con gioia porto a casa un portafortuna dal colore verde  (salute, concentrazione, studio) che andrà appeso al mio portafogli, come bisogna fare nel caso in cui la predizione scritta nel bigliettino che lo accompagna sia di vostro gradimento. In caso contrario, il piccolo oggetto andrà riportato al santuario e appeso, pregando le divinità affinché non si avveri ciò che c’è scritto sul foglietto.