Meido no moe moe

Insegna luminosa di un maid cafè ad Akihabara

Pensando ad alcuni tra i luoghi più comuni sul Giappone, di solito allo straniero medio vengono in mente, nel seguente ordine: i manga, le tettone dei manga, gli anime, le tettone degli anime, i videogame, le tettone dei manga e degli anime e la parola かわいい kawaii (carino, puccioso).

Parlando di kawaii – e qui perderò quella parte di lettori arrivati al blog digitando “tettone” – a distanza di un paio di settimane sto ancora cercando di capacitarmi di come questa definizione si possa applicare a un’onda sonora paragonabile in termini di decibel solo alla sirena di un antifurto in loop.

Ma andiamo con ordine.

Akihabara, Tokyo: comunemente conosciuto come la “electric town” della metropoli, tra le decine di club SEGA, negozi di videogiochi e rigattieri di dubbia fiducia che tentano di infinocchiare il turista nikonmunito, spiccano avvenenti ragazze giapponesi in costume da governante del XIX secolo, tutte trine e merletti e autoreggenti  anche nel freddo barbino di dicembre.

Si tratta delle adescatrici di clienti per i maid cafè (メイドカフェ), un tipo di locale in voga da una decina d’anni in Giappone e che sta conquistando pian piano non solo avventori  autoctoni ma anche turisti e curiosi di vario genere – tra cui la sottoscritta. Per quanto ci sia andata con la speranza di studiare da vicino la fauna otaku giapponese, la clientela del posto era in realtà piuttosto varia: sì un gruppo di otaku, ma anche due fidanzati,  un ragazzo in carrozzina per i fatti suoi e tre ragazzi un po’ sul tamarro andante che mi ricordavano i sedicenni italiani che vanno al locale per vedere la barista figa.

Il costume delle maid varia in base al caffè in cui lavorano, ma comunque riprende quello della tipica cameriera francese, ovvero un’uniforme solitamente blu o nera (a volte anche rosa) molto corta con una o più sottovesti di pizzo, grembiule bianco, collant o autoreggenti spesso corredate di giarrettiera e fiocco o orecchie da gatto in testa – le più kawaii si addobbano perfino di peluche dappertutto.

tipica maid (foto datami dalla cameriera che ci ha servito)

Benché dalla descrizione l’immagine che emerge corrisponda più o meno all’inizio di un porno in role-play, le suddette maid non sono affatto volgari nella loro mise: giocano piuttosto sulla sensualità ingenua e maliziosa che la figura della maid suscita in genere nel giapponese medio, senza mai uscire dal ruolo di domestiche totalmente asservite al cliente-padrone, in quanto create ad hoc sulla base del concetto di 萌えmoe – vale a dire passione, fissazione ed in particolare per ragazze dall’aspetto carino ed innocente.  Per quanto il concetto in sé sia abbastanza inquietante, l’esperienza si è rivelata piacevole.

Il locale in cui sono stata si chiama Maidreamin, una delle catene di maid cafè più grosse di Akihabara, con 4 sedi tutte nei paraggi di quella principale. Una volta aperte le porte dell’ascensore che ci ha condotto al secondo piano, ci si è rivelato un ambiente come questo

immagine presa da google

con la sola differenza che tutte le cameriere in servizio si sono voltate verso di noi sorridendo ed urlando in coro お帰りなさい!(okaerinasai, bentornati  a  casa!)

Dopo averci fatto accomodare al tavolo, la nostra cameriera Ran si è inginocchiata di fianco a me dapprima tentando un inglese stentato e poi squittendo – letteralmente – di gioia al mio 日本語でもいい (va bene anche il giapponese), illustrandoci il servizio in breve: 500 yen l’ora e una consumazione obbligatoria, che avremmo potuto scegliere da un piccolo menù o ordinando direttamente un set. Solitamente i prezzi del cibo “da pasto” come riso al curry, donburi e simili in questi locali sono piuttosto elevati in rapporto alla quantità, mentre andando sul dolce si riesce sia a risparmiare qualcosa che ad avere lo stomaco mediamente pieno, se avete pranzato prima.

È costume dei maid cafè che le cameriere intrattengano i clienti con piccoli spettacoli canori o di magia, sia su un piccolo palco allestito nel locale o direttamente al tavolo. E fin qui tutto bene. La parte più o meno imbarazzante è quella di dover ripetere la canzoncina, il balletto o la filastrocca recitata dalla cameriera: insieme a tutto il locale se è una performance sul palco, oppure da soli o coi vostri amici se la cosa avviene al tavolo.

Noi per esempio abbiamo dovuto contare fino a tre – in falsetto – in modo che magicamente la candela in mano alla maid si illuminasse (il fatto che fosse un lumino elettrico è del tutto irrilevante), dopodiché applaudire con un sorriso a trentadue denti mentre il gridolino estatico della cameriera si imprimeva nei nostri timpani come una lobotomia.

Il momento che personalmente mi ha divertito di più è stata l’ordinazione con relativa consegna della nostra consumazione. Una volta deciso cosa prendere, per richiamare l’attenzione della cameriera non c’è il classico bottoncino (alla giapponese) né bisogna guardarla intensamente sperando che recepisca telepaticamente che siamo pronti (all’occidentale): si chiudono le mani a pugno come per imitare la zampa di un gatto, si portano accanto al viso e si dice tutti insieme にゃんにゃんnyan nyan (il verso del gatto in giapponese).

No, non sto scherzando.

E sì, c’erano anche due ragazzi con me – il che rimarrà mia fonte di personale divertimento per i prossimi mesi a venire.

Il tutto avviene a livelli di ultrasuoni tali da desiderare che un gatto si faccia le unghie su una vetrata alta 15 metri piuttosto che patire tanto fastidio, soprattutto considerato che molto spesso le cameriere modulano la voce in modo da raggiungere ottave più alte per apparire ancora più graziose.

i nostri pucciosi e tremendamente dolci parfait, alias glicemia (neanche troppo) travestita

Ma non finisce qui. Una volta ricevuta la propria ordinazione, prima di mangiarla bisogna renderla buona e come farlo viene illustrato dalla cameriera che vi ha servito: mettere le mani a cuoricino e muoverle a ritmo di おいしくな~る、萌え 萌え きゅううう~ん!(oi-shiku-naaaru moe moe kyuuuuuun!, dove oishikunaru significa “rendere buono”)

Noticina al pubblico maschile: non importa quanti attributi millantiate o quanti peli sul petto potete vantare, nello sventolare un cuoricino sarete irrimediabilmente la cosa meno sessualmente desiderabile sulla faccia della terra.

Restando in tema, mentre raccontavo la vicenda ad un amico bulgaro, mi ha interrotto con un “sì sì ok ma la cameriera quando te la scopi?”  (e poi lo dicono a noi italiani di essere troppo diretti)

La risposta alla domanda è probabilmente mai: nei maid cafè vige infatti la regola assoluta di non chiedere alle ragazze nessuna informazione personale, che vada dal vero nome al numero di telefono o addirittura all’indirizzo. Inoltre, sebbene alcuni locali mettano a disposizione un servizio extra di massaggio da parte di una maid al cliente, non è permesso a questi ultimi toccare le cameriere o avvicinarsi di propria iniziativa per parlar loro al di fuori dell’ordinazione o del pagamento, così come non è consentito scattare fotografie all’interno del caffè per la privacy delle ragazze.

Quindi, lettori che siete arrivati qui digitando “tettone” , se proprio non potete fare a meno di sollazzarvi con una cameriera durante il vostro soggiorno in Giappone, vi consiglio di cercare tra gli hostess club a Kabukichō.

Tuttavia, se desiderate un ricordino del maid cafè o se una maid vi piace in modo particolare, con un supplemento di 500 yen è sempre possibile richiedere una foto con la vostra preferita, che poi si occuperà di pastrocchiare la suddetta polaroid per renderla il più kawaii possibile.

l'anello di congiunzione tra il kawaii e il trash

Tirando le somme, nonostante i miei iniziali pregiudizi sul concetto di maid cafè (o di butler cafè, mirati a clientela femminile) sono riuscita a divertirmi – principalmente alle spalle dei miei compagni – e a riportare a casa un udito più o meno intatto, anche se non sono sicura che si possa dire la stessa cosa per l’orgoglio un po’ calpestato della parte maschile del gruppo.

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